Jersey Boys

Jersey Boys

- in Clint Eastwood, Film 2014, Recensioni
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Provenienti dalla zona malfamata del New Jersey, quattro giovanotti con l’obiettivo comune di sfondare nella musica formano il leggendario gruppo rock The Four Seasons, destinato a diventare una delle band di culto degli Anni Sessanta e artefice di successi immortali che influenzarono una generazione.

L’amore viscerale che lega il grande Eastwood ad un panorama musicale piuttosto ampio (non solo blues o jazz) è da tempo evidente e risaputo: ne aveva fatto mostra prima come attore (nel ruolo dello speaker radiofonico in Brivido nella Notte e in quello di musicista country in Honkytonk Man), poi come regista (non solo il riuscitissimo Bird, sul mistero dell’arte di Charlie Parker, ma anche il documentario The Blues – Piano Blues, realizzato in collaborazione con Scorsese) e in seguito anche come autore di colonne sonore. Perciò, non stupisce poi così tanto, dopotutto, questa incursione con Jersey Boys in un genere a lui nuovo, specie se in più si considera il fatto che, tirate le somme, questo suo 34° film da regista non è un musical nel senso più classico del termine (l’unico momento coreografico arriva nel finale), ma piuttosto un racconto di vita e di successo scandito da canzoni famose o famosissime come le hit leggendarie di Frank Valli & Four Seasons (tra le tante, sono da citare almeno “Sherry”, “Big Girls Don’t Cry”, Walk Like a Man” e la celeberrima “Can’t Take My Eyes Off You”). In questa trasposizione dell’omonimo “jukebox musical” di successo (4 Tony Awards, un Grammy e quasi 3500 repliche a Broadway dal 2005) scritto e adattato per il cinema da Rick Elice e Marshall Brickman (co-sceneggiatore di Woody Allen per Manhattan e Io e Annie), nel passaggio dal palcoscenico allo schermo restano l’impostazione (la divisione in quattro “stagioni”, corrispondenti ad altrettanti punti di vista dei protagonisti) e il meccanismo teatrale (risolto con i personaggi che guardano in macchina rivolgendosi allo spettatore), anche se ad un approccio controcorrente il grande Clint preferisce la coerenza: pur senza la trascinante inventiva di Bob Fosse o la rutilante energia del musical postmoderno alla Baz Luhrmann, riesce infatti a ben assecondare la cadenza e le mosse dello show originale inquadrando il tutto con l’usuale estro misurato ma sapiente, rigoroso eppure non privo di freschezza; fedele a se stesso a livello stilistico, senza abbandonare i soffusi viraggi cromatici della fotografia (del fido Tom Stern) e la classica trasparenza del linguaggio (semplice ma solido, scorrevole e sapiente), Eastwood affronta così la materia con un realismo stilizzato e un tono affettuosamente nostalgico, combinando atmosfere da gangster movie, raffinati arrangiamenti, una punta di cinismo e una vena di ironia, il tutto restando in linea con il suo cinema anche per quanto riguarda le tematiche; infatti, nella descrizione dei trionfi e delle traversie della mitica band (tra ascese, cadute e ritorni alla ribalta) ma anche nella rievocazione di quella realtà piccolo borghese italo-americana nella Newark degli anni ’50 (popolata da quei piccoli operai del crimine che ricordano Quei Bravi Ragazzi di Scorsese, qui inquadrati da Clint con piglio più affettuoso anche se non agiografico) si ritrovano con piacere alcuni temi cardine del suo cinema, dalle coloriture del senso di comunità alla voglia di riscatto, dalla dignità dell’individuo davanti alle difficoltà della vita fino al prezzo del successo (e in questo il texano dagli occhi di ghiaccio si concede perfino un tocco autobiografico, con una fugace apparizione hitchockiana su teleschermo); non a caso la regia riserva un particolare occhio di riguardo alle dinamiche tra i personaggi, enfatizzando gli aspetti umani concentrandosi sui conflitti interni al gruppo, sulla comune passione per la musica finanche sul centrale rapporto di amore-odio tra Frankie e Tommy, il tutto coadiuvato da un cast assai funzionale (in gran parte trapiantato dalla versione “on stage”), tra cui spiccano i giovani Vincent Piazza e John Lloyd Young, ma anche il grande veterano Christopher Walken nei panni dell’atipico “padrino” De Carlo. Detto ciò, considerando il quadro generale bisogna comunque riconoscere che in quello che a tratti pare tramutarsi in un ibrido e un po’ incerto mix tra American Graffiti, Mean Streets e Dreamgirls non tutto è sempre fluido e/o equilibrato: la struttura narrativa mostra infatti qualche cedimento e il ritmo procede a tratti in maniera un po’ altalenante (con qualche incaglio nei passaggi dal parlato al cantato), mentre alla ricerca di un realismo forse troppo marcato della prima parte (quasi ai limiti del documentaristico) si alterna una seconda in cui la credibilità rischia di perdersi anche a causa di un lavoro sul trucco assai inverosimile; ma d’altra parte, però, pur nel suo controllato classicismo, l’approccio emotivo rimane piuttosto genuino, e i momenti riusciti e di sincero coinvolgimento non mancano (non solo le sentite interpretazioni dei brani più celebri, ma anche il finale, con tanto di esaltante coreografia in appendice); anche perchè in tutto questo, alla veneranda età di 84 anni il grande Eastwood, capace artigiano del cinema con un coraggio e una personalità da grande autore, conferma nuovamente di saper ancora cimentarsi in nuove scommesse, senza mai sacrificare (anche nelle sue opere cosiddette “minori”) indubbio professionismo, vivida autenticità e profonda passione.

Jersey Boys
Jersey Boys
Summary
id.; di Clint Eastwood; con John Lloyd Young, Vincent Piazza, Erich Bergen, Christopher Walken, Michael Lomenda, Freya Tingley, Kathrine Narducci, James Madio, Mike Doyle, Joseph Russo, Steve Schirripa; musical; USA, 2014; durata: 134’.
60 %
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