Oscar: le nomination della 92esima edizione

Oscar: le nomination della 92esima edizione

A poche ore dall’assegnazione dei Critics’ Choice Awards, sono stati annunciati i candidati della 92esima edizione dei premi Oscar.

E quest’anno a guidare le nomination è Joker di Todd Phillips, che ottiene ben 11 designazioni ai premi tra cui miglior film, regia, sceneggiatura non originale e miglior attore a Joaquin Phoenix (risultato senza precedenti per un film tratto da un fumetto). Seguono, con 10 candidature a testa tra cui miglior film e miglior regia, C’era una Volta a… Hollywood di Quentin Tarantino, 1917 di Sam Mendes e The Irishman di Martin Scorsese: se il primo, oltre ad una doppia nomination all’autore come regista e sceneggiatore, fa ottenere nuove candidature ai co-protagonisti Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, il secondo (fresco trionfatore ai Golden Globe) spopola invece nelle categorie tecniche figurando a sorpresa anche tra i contendenti al premio per la scrittura, mentre il terzo schiera i due interpreti di supporto Al Pacino e Joe Pesci, contribuendo inoltre al dominio sui candidati della piattaforma distributrice Netflix; infatti, oltre all’importante tris di candidature a I Due Papi (in corsa con gli attori Pryce e Hopkins, trainati dalla sceneggiatura), il colosso streaming può contare anche sulle 6 nomination a Storia di un Matrimonio, dramma familiare di Noah Baumbach che, confermandosi un valido contendente al premio alla sceneggiatura pur mancando la nomination alla regia, si distingue invece nelle categorie della recitazione grazie all’apprezzato trio di attori composto da Adam Driver, Laura Dern e Scarlett Johansson; quest’ultima, finora snobbata dall’Academy, si prende quest’anno una notevole rivincita ottenendo inoltre una seconda nomination come attrice di supporto per Jojo Rabbit di Taika Waititi, a sua volta forte di una mezza dozzina di candidature come anche Piccole Donne di Greta Gerwig e Parasite di Bong Joon-ho: se il primo fa ottenere alla regista una nuova nomination come sceneggiatrice, alle quali si aggiungono inoltre quelle alle due interpreti Saoirse Ronan e Florence Pugh, come da pronostici il secondo estende la puntuale candidatura come miglior film internazionale ad altre cinque di grande rilievo tra cui miglior film, regia e sceneggiatura originale. A chiudere la rosa dei nove titoli in lizza al premio principale è infine Le Mans ’66 – La Grande Sfida di James Mangold, che curiosamente può però contare invece soltanto su un’ulteriore tripla risorsa tecnica ristretta al montaggio e alle due categorie dedicate al sonoro. Inoltre, insieme alla favorita Renée Zellweger di Judy e alle co-protagoniste di Bombshell Theron e Robbie, tra le attrici in nomination figurano anche Kathy Bates (candidata a sorpresa per Richard Jewell di Clint Eastwood) e la Cynthia Erivo di Harriet (unica attrice nera in lizza per il premio, a sua volta forte di una seconda nomination per la miglior canzone), mentre agli interpreti maschili si aggiungono il ritrovato Tom Hanks di Un Amico Straordinario e l’apprezzato Antonio Banderas di Dolor y Gloria (in corsa per la statuetta come miglior film internazionale). Infine, oltre al trio di designazioni secondarie per il nono capitolo della saga di Star Wars, da citare è anche il sorprendente risultato del film macedone Honeyland, doppiamente candidato come miglior film straniero e miglior documentario. Sotto le aspettative restano invece film piuttosto noti o già presenti nel circuito dei premi, alcuni relegati ad un’unica presenza di minor rilievo (come Cena con Delitto, Rocketman, Ad Astra, The Lighthouse e Avengers: Endgame) ed altri del tutto ignorati (tra cui spiccano soprattutto The Farewell, Uncut Gems e Le Ragazze di Wall Street).

Ma vediamo ora le nomination nel dettaglio: di seguito, ecco la lista completa delle nomination, accompagnate da alcune riflessioni, diverse curiosità e qualche pronostico sui candidati in ogni categoria.

Come suddetto, sono 9 i film a sfidarsi nella categoria più importante in quella che (svoltasi inoltre in anticipo sui tempi) si conferma un’edizione particolarmente competitiva: se da una parte l’Academy pare aver apprezzato l’abilità hollywoodiana con cui il mestierante James Mangold ha confezionato lo sportivo Le Mans ’66, dall’altra l’assenza del film nelle altre categorie principali lo rende forse il contendente più debole del gruppo, mentre la mancata candidatura per la miglior regia non giova a tre titoli comunque ben posizionati come Storia di un Matrimonio, Piccole Donne e Jojo Rabbit, che tuttavia possono contare rispettivamente su ottime recensioni, un fanbase affezionato e una vittoria importante a Toronto. Forte del grande successo al botteghino e del sorprendente trionfo a Venezia, Joker (che annovera tra i produttori candidati anche l’attore Bradley Cooper) si dimostra invece un valido contendente, facendo il pieno di nomination delle quali almeno un paio potrebbero concretizzarsi in statuette, anche se l’accoglienza non del tutto entusiastica in patria potrebbe rendere più difficile la scalata ai premi principali. Nonostante le numerose candidature, rimane incerta la risposta dell’Academy anche nei confronti di un maestro come Scorsese, che con il suo The Irishman (favorito o, a seconda dei casi, penalizzato dalla distribuzione Netflix e forse anche dalla lunga durata) non ha infatti trionfato come previsto nel circuito dei premi, dove invece ha fatto faville il fenomenale outsider coreano Parasite, rivelatosi uno dei titoli più apprezzati dell’anno e impostosi in maniera sempre più presente nel circuito dei premi, divenendo così in breve tempo un vero e proprio caso: infatti, fin dall’anteprima al festival di Cannes (dove vinse la Palma d’Oro), il nuovo film del grande regista sudcoreano Bong Joon-ho è stato universalmente elogiato dalla critica come un autentico capolavoro, tanto da destare anche l’attenzione del pubblico e arrivando così ad ottenere anche negli Stati Uniti un inaspettato successo davvero sorprendente per un film non in lingua inglese, continuando nel frattempo a collezionare premi celebri ed importanti; forte di tale percorso trionfale e delle numerose candidature, resta quindi possibile che questo film davvero straordinario possa sbaragliare la concorrenza e aggiungere alla pronosticata vittoria come miglior film internazionale almeno una seconda in una delle categorie principali, arrivando magari perfino a riuscire laddove Roma di Alfonso Cuaròn aveva purtroppo di poco fallito lo scorso anno, ovvero diventare il primo film non anglofono ad aggiudicarsi l’Oscar come miglior film; a tal proposito, se da una parte giocano a favore le rilevanti menzioni di SAG, PGA, DGA e WGA (ovvero, rispettivamente, i sindacati di attori, produttori, registi, sceneggiatori americani, i cui membri sono in gran parte anche giurati dell’Academy), dall’altra non sarà comunque impresa facile battere in trasferta altri due contendenti molto forti che invece giocano in casa, ovvero C’era una Volta a… Hollywood di Tarantino e 1917 di Sam Mendes: certamente più conformi ai gusti, ai canoni e alle politiche dell’Academy, anche tali film godono infatti di un diffuso ed evidente apprezzamento da parte dell’industria hollywoodiana, sostenuto non solo dal successo al box office e dalla popolarità dei rispettivi autori, ma anche da un percorso similmente glorioso nel circuito dei premi, confermato dalle recenti vittorie ai Golden Globe e ai Critics’ Choice Awards che hanno contribuito a cementarne lo status di attuali favoriti alla vittoria. Tra i contendenti che invece non riescono ad ottenere la nomination nella categorie principale spiccano alcuni titoli pur piuttosto quotati come il dramma Bombshell, il sorprendente I Due Papi, la deliziosa dramedy The Farewell e la sorprendente commedia gialla Cena con Delitto.

Accompagnata dall’ormai puntuale disappunto per la mancanza di donne tra i candidati, la categoria della miglior regia torna ad accogliere il già premiato maestro Martin Scorsese, che conquista la sua nona nomination, superando così il mitico Billy Wilder e diventando il secondo regista più candidato di sempre dopo William Wyler (ancora saldo al primo posto con ben 12 designazioni). Tuttavia, le possibilità di bissare il trionfo ottenuto nel 2006 con The Departed appaiono attualmente più basse di quanto ci si aspettasse prima dell’uscita del film; infatti, per i motivi già citati, anche in questo caso la gara potrebbe restringersi ad una sfida a due tra l’inglese Sam Mendes e il sempre quotato Quentin Tarantino: se al primo (che esattamente 20 anni fa aveva già trionfato con American Beauty) ha certamente giovato la recente vittoria ai Golden Globe, il secondo (forte anche sulla sua popolarità di autore cult) potrebbe puntare ad aggiudicarsi il primo riconoscimento come regista dopo i due già ottenuti come sceneggiature per Pulp Fiction e Django Unchained. Eppure, assolutamente da non sottovalutare resta anche l’outsider straniero Bong Joon-ho, primo coreano a concorrere in questa categoria (nonché quarto asiatico dopo i giapponesi Hiroshi Teshigahara e Akira Kurosawa e il taiwanese già due volte vincitore Ang Lee) e a sua volta candidato anche come sceneggiatore e produttore: infatti, se come suddetto non è da escludere che il fenomeno Parasite aggiunga almeno un’altra vittoria a quella già molto probabile come miglior film internazionale, la sua più concreta possibilità di aggiudicarsi almeno uno dei riconoscimenti principali risiede forse proprio in questa categoria, dove peraltro di recente hanno già prevalso diversi autori stranieri, dal francese Hazanavicius al già citato taiwanese Ang Lee fino ai messicani Inarritu, Del Toro e Cuaròn (quest’ultimo, vincitore lo scorso anno per Roma, a sua volta premiato con un’opera che, in maniera similare, partendo dai festival arrivò a confermarsi uno degli assoluti protagonisti della relativa edizione degli Oscar, trionfando anche come miglior film straniero). A chiudere la cinquina di registi in lizza per il premio è la new entry Todd Phillips, il quale, pur mancando la rilevante menzione ai DGA, grazie al successo di Joker riesce infatti a soffiare la nomination ad altri tre autori di film molto presenti come Taika Waititi, Greta Gerwig e soprattutto il quotato Noah Baumbach (tutti candidati soltanto come sceneggiatori). Tra gli esclusi, oltre al sempre stimato Pedro Almodóvar e ai sorprendenti fratelli Safdie dell’apprezzato Diamanti Grezzi, da citare sono inoltre altre due donne forse meno note al grande pubblico anche se piuttosto presenti nel circuito dei premi, ovvero la Lulu Wang di The Farewell e la Céline Sciamma di Ritratto della Giovane in Fiamme.

Nella corsa alla statuetta come migliore attrice potrebbe non esserci partita: infatti, per la sua trasformazione in Judy Garland nel biopic Judy, dopo una fase di carriera assai sbiadita la ritrovata Renée Zellweger torna alla ribalta e, già molto premiata nel corso della stagione, resta in pole position per vincere il suo secondo Oscar (a 17 anni dal primo, ottenuto come non protagonista per Ritorno a Cold Mountain) grazie ad un film che pare in effetti un veicolo per una performance assai conforme ai gusti dell’Academy (personaggio realmente esistito, molto celebrato e dall’esistenza travagliata, il tutto delineato con presenza scenica e coinvolta adesione mimetica). Tra le altre contendenti al premio, oltre alla sempre molto apprezzata Saoirse Ronan di Piccole Donne (la quale, all’età di 25 anni, diventa la seconda attrice più giovane dopo Jennifer Lawrence a raggiungere la quarta candidatura), da non sottovalutare è comunque soprattutto l’intensa Scarlett Johansson di Storia di un Matrimonio, forte anche di una seconda candidatura come non protagonista per Jojo Rabbit: finora mai considerata dall’Academy, l’attrice viene quindi quest’anno “risarcita”, divenendo inoltre la dodicesima interprete a concorrere per due distinti premi alla recitazione nello stesso anno (l’ultima fu Cate Blanchett nel 2007). Infine, i lizza per il premio troviamo altre due attrici impegnate a vestire i panni di personaggi realmente esistiti, ovvero la già premiata Charlize Theron (la quale, con l’ausilio di un elaborato trucco, torna su schermo a cambiarsi i connotati per impersonare la giornalista Megyn Kelly nel dramma Bombshell) e l’outsider Cynthia Erivo, unica attrice nera in gara quest’anno e a sua volta doppiamente candidata per il film in costume Harriet: infatti, la forse meno conosciuta ma già piuttosto affermata attrice inglese (molto attiva anche come musicista e interprete teatrale, tanto da vantare già una vittoria ai Tony e ai Grammy) ottiene inoltre una seconda nomination come co-autrice del brano portante del film, divenendo la terza interprete a concorrere nello stesso anno anche per la miglior canzone (circostanza curiosamente verificatasi anche nelle due edizioni precedenti, prima con Mary J. Blige e poi con Lady Gaga). Escluse invece da questa categoria altre interpreti assai quotate, tra cui spiccano la memorabile Lupita Nyong’o del notevole horror Noi, l’ottima Alfre Woodard di Clemency e la sempre più lanciata Awkwafina, recentemente premiata con il Golden Globe per il suo ruolo nella riuscita dramedy The Farewell.

Anche tra i contendenti al premio per il miglior attore si può già identificare un grande favorito, ovvero il sempre notevole Joaquin Phoenix, il quale (forte anche della vittoria ai Golden Globe) pare ormai avere la strada spianata per concretizzare in statuetta questa sua quarta nomination ottenuta per la viscerale interpretazione di Joker nel film omonimo sulle origini del villain targato DC Comics, già portato su schermo in diverse varianti tra cui quella memorabile di Nolan che nel 2008 fruttò una vittoria postuma al compianto Heath Ledger; a tal proposito, se anche Phoenix dovesse trionfare per lo stesso ruolo, Joker diverrebbe quindi il secondo personaggio di finzione a far ottenere l’Oscar a due attori differenti (il primo fu il mitico Vito Corleone, che con i primi due film della saga de Il Padrino portò alla vittoria prima Brando e poi De Niro). Notevole è comunque anche il risultato di Adam Driver, che per il dramma Storia di un Matrimonio ha infatti a sua volta conquistato non pochi riconoscimenti nel corso della stagione dei premi, mentre il divo Leonardo DiCaprio, pur eccellente co-protagonista nel film di Tarantino, potrebbe tuttavia doversi accontentare di essere tornato a concorrere per il premio a cinque anni dall’acclamata vittoria per Revenant. Infine, a chiudere la cinquina troviamo due attori già assai noti eppure in precedenza mai candidati, ovvero lo spagnolo Antonio Banderas e l’inglese Jonathan Pryce: se il primo (giustamente molto applaudito per la sua intensa performance nel bellissimo Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar) si aggiunge quindi alla ristretta cerchia di interpreti candidati per un ruolo non in lingua inglese, il secondo riesce a sorpresa a stregare anche l’Academy con la sua ottima interpretazione di Papa Francesco ne I Due Papi (dramma intimista targato Netflix e diretto dal capace regista brasiliano Fernando Meirelles). Tra i numerosi attori che invece non riescono a trovare spazio in una categoria quest’anno particolarmente competitiva, oltre all’efficace Eddie Murphy di Dolemite is My Name e all’inedito Adam Sandler di Diamanti Grezzi (mai come in questa occasione apprezzato anche dalla critica), da citare sono inoltre almeno il tosto Christian Bale di Le Mans ’66 e l’apprezzato Taron Egerton di Rocketman (fresco vincitore del Golden Globe), ma anche il ritrovato De Niro di The Irishman: quest’ultimo, al quale l’Academy ha infatti preferito i comprimari Joe Pesci e Al Pacino, trova comunque un parziale riscatto figurando invece tra i candidati al premio come miglior film in qualità di co-produttore del nuovo lavoro dell’amico e collaboratore di lunga data Martin Scorsese (tornato quest’anno a dirigerlo per la nona volta).

Come nelle due precedenti, anche in questa categoria un’interprete in particolare spicca sulle altre: infatti, dopo aver fatto faville nel circuito dei premi, alla sua terza candidatura l’amatissima Laura Dern (già vincitrice del Golden Globe) pare ormai molto vicina ad ottenere il suo primo Oscar come miglior attrice di supporto per il ruolo della spietata avvocatessa nel dramma di Noah Baumbach Storia di un Matrimonio. A cercare di insidiarla, oltre alla giovane neo-candidata Florence Pugh (molto apprezzata per la sua interpretazione in Piccole Donne), troviamo inoltre la già citata Scarlett Johansson, co-protagonista del film di Baumbach nonché, come suddetto, forte di una seconda nomination anche in questa categoria grazie all’interpretazione dell’amorevole madre del piccolo protagonista nel satirico Jojo Rabbit di Taika Waititi. Più debole la pur non trascurabile Margot Robbie, presente in un ruolo secondario anche nel film di Tarantino ma che l’Academy ha invece preferito candidare per la più rilevante performance in Bombshell, mentre a sorpresa la già premiata Kathy Bates torna dopo 17 anni a concorrere per il premio grazie alla sua interpretazione in Richard Jewell di Clint Eastwood, soffiando così l’ultimo posto alla quotata Jennifer Lopez de Le Ragazze di Wall Street, esclusione certamente tra le più clamorose di quest’anno: infatti, contro ogni pronostico la celebre attrice e popstar non riesce incredibilmente a rientrare in cinquina nonostante l’inaspettato quanto notevole successo ottenuto con una performance di inedito e sorprendente spessore che, stavolta lodata anche dalla critica e forte di un ottimo riscontro nel circuito dei premi (con tanto di menzioni ai SAG e ai Golden Globe), sembrava in effetti avere tutte le carte in regola per farle ottenere la sua prima candidatura all’Oscar. Escluse da questa categoria, oltre alla sorprendente scoperta Shuzhen Zhao (attrice cinese molto apprezzata nei panni della vivace nonna della protagonista nel sottovalutato The Farewell), anche Nicole Kidman (terza co-protagonista di Bombshell) e Annette Bening (come di consueto molto efficace nel forse troppo poco pubblicizzato dramma The Report).

A sfidarsi nella categoria del miglior attore di supporto troviamo cinque interpreti molto celebri e tutti già premiati in precedenza, tra i quali però il grande favorito resta curiosamente l’unico a non aver mai ricevuto la statuetta come attore: infatti, a 6 anni dalla sua vittoria per miglior film in veste di co-produttore del dramma 12 Anni Schiavo, grazie alla sua poderosa performance nel film di Tarantino l’amatissimo divo Brad Pitt ha già fatto incetta di riconoscimenti e pare ormai avere la strada spianata per aggiudicarsi appunto il suo primo Oscar come interprete. Tra gli altri candidati, si distingue tuttavia anche il ritrovato Joe Pesci di The Irishman, che concorre al premio insieme al sempre notevole comprimario Al Pacino, ma graditi sono anche i ritorni in nomination di Anthony Hopkins (davvero efficace nei panni di Benedetto XVI nel già citato I Due Papi) e Tom Hanks (il quale, a ben 19 anni dall’ultima candidatura, torna finalmente in gara per la sua interpretazione di Fred Rogers nell’ottimo Un Amico Straordinario). Tra gli interpreti che invece non riescono a rientrare nella cinquina spiccano soprattutto l’inquietante Willem Dafoe di The Lighthouse e il trascinante nonché molto quotato Song Kang-ho di Parasite, ma anche l’apprezzato Jamie Foxx de Il Diritto di Opporsi.

A concorrere per il premio alla scrittura originale sono cinque autori tutti distintisi per aver anche diretto i rispettivi copioni, ai quali si aggiunge la giovane esordiente Krysty Wilson-Cairns, co-sceneggiatrice (insieme appunto al regista Mendes) di 1917; sebbene quest’ultimo titolo confermi di godere di un apprezzamento piuttosto solido e diffuso ottenendo appunto anche una sorprendente menzione per la scrittura, il fenomeno Parasite resta certamente un valido contendente anche in questa categoria, dove però la sfida potrebbe restringersi ad altri due film di autori già molto stimati anche come sceneggiatori, ovvero Storia di un Matrimonio e C’era una Volta a Hollywood: infatti, se mancando la nomination per la regia Noah Baumbach potrebbe trovare qui una sorta di riscatto, d’altra parte assolutamente da non sottovalutare è anche il sempre forte Tarantino, già due volte vincitore come sceneggiatore e recentemente premiato con il Golden Globe. Chiude la cinquina (ottenendo in questa categoria la sua unica quanto meritevole menzione da parte dell’Academy), la brillante commedia gialla Cena con Delitto – Knives Out di Rian Johnson, già candidata ai WGA come anche il brillante La Rivincita delle Sfigate (esordio alla regia dell’attrice Olivia Wilde), che però resta invece fuori dalla cinquina insieme ad altri tre titoli molto apprezzati come l’indipendente The Farewell di Lulu Wang, l’energico Diamanti Grezzi dei fratelli Safdie e lo spagnolo Dolor y Gloria del grande Almodóvar.

Pronostici in gran parte rispettati nella categoria della migliore sceneggiatura non originale, nella quale puntualmente rientrano infatti non solo l’onnipresente Joker e il molto apprezzato The Irishman (quest’ultimo forte di un copione del capace Steven Zaillian, già premiato nel 1993 per Schindler’s List), ma anche altri due titoli candidati anche come miglior film ed entrambi scritti dai rispettivi registi, ovvero Jojo Rabbit e Piccole Donne: se il primo (ispirato ad un romanzo di Christine Leunens) potrebbe qui riuscire ad imporsi, trainato anche dalla popolarità del già stimato autore ed interprete neozelandese Taika Waititi, in maniera similare Greta Gerwig potrebbe trovare in questa categoria un riscatto alla tanto discussa esclusione da quella dedicata ai registi, sostenuta da un affezionato fanbase e dai numerosi riconoscimenti ottenuti grazie al suo personale adattamento (reinventato nella struttura ed aggiornato nei contenuti) del celebre romanzo di Louisa May Alcott (alla sua sesta trasposizione per il grande schermo). In corsa per il premio anche il forse meno quotato ma comunque non trascurabile I Due Papi, scritto dallo stimato Anthony McCarten sulla base di un suo testo teatrale del 2017. Tra i film a mancare invece la candidatura in questa categoria spiccano invece soprattutto Il Diritto di Opporsi e Le Ragazze di Wall Street, ma anche il sottovalutato Cattive Acque (ultimo film di Todd Haynes) e il solido Richard Jewell di Clint Eastwood (scritto dall’abile Billy Ray).

Nella categoria precedentemente conosciuta come “miglior film straniero” e da quest’anno rinominata “miglior film internazionale”, a spiccare è naturalmente il già ampiamente citato Parasite, forte come suddetto di un trionfale percorso nel circuito dei premi (da Cannes fino ai Golden Globe) e delle numerose nomination di cui due ai premi più importanti; primo film coreano a concorrere per la statuetta nonché dodicesimo non anglofono in gara anche per l’Oscar principale e quinto a concorrere nello stesso anno anche come miglior film straniero (premio che, in tale circostanza, tali opere hanno sempre non a caso ottenuto), l’acclamato capolavoro di Bong Joon-ho è qui ovviamente il grande favorito per una vittoria che tuttavia si spera non precluda una (come già detto) sempre possibile conquista di altri premi. Infatti, se da una parte tutti i film in lizza per questo riconoscimento e, insieme, anche per quello principale hanno finora sempre prevedibilmente trionfato in questa categoria, dall’altra nessuno è invece mai riuscito a prevalere in quella più importante o addirittura in entrambe; a tal proposito, tale tendenza potrebbe quindi essere quest’anno sconfessata, nuovamente confermata o magari ribaltata: perché, se il trionfo agli Oscar di una pellicola non anglofona rappresenterebbe appunto una vittoria senza precedenti, il già menzionato successo di Parasite lo rende tuttavia un candidato ideale per diventare il primo film a riuscire nell’impresa, anche se in tal caso l’Academy potrebbe comunque continuare a non far coincidere tale vittoria con quella in questa categoria, decidendo di riservare la statuetta come miglior film straniero ad un altro tra i quattro restanti contendenti alla statuetta. Tra questi, a risaltare sono altri due titoli certo non trascurabili ed entrambi a loro volta presentati all’ultimo festival di Cannes, ovvero il ben accolto I Miserabili (che sulla Croisette si aggiudicò il Premio della Giuria) e naturalmente l’acclamato Dolor y Gloria (intenso e personalissimo nuovo film del grande Pedro Almodóvar): se con il primo (fortunato esordio nel lungometraggio di Ladj Ly) la Francia estende ulteriormente il suo record di nazione più candidata (ottenendo infatti la sua 38esima nomination competitiva), il secondo fa invece tornare in gara il grande regista spagnolo (già premiato nel 1999 in questa categoria con Tutto su Mia Madre e nel 2002 per la sceneggiatura di Parla con Lei), accogliendo inoltre per la prima volta anche uno dei suoi attori feticcio, ovvero il protagonista Banderas (in lizza per la statuetta come miglior attore). Da notare comunque anche l’ottimo risultato del macedone Honeyland, terzo film non di fiction a rientrare in questa categoria e primo in assoluto a ricevere una doppia candidatura come miglior film straniero e miglior documentario, mentre a sorpresa il dramma polacco Corpus Christi soffia l’ultimo posto in cinquina al senegalese Atlantique di Mati Diop (prodotto da Netflix) e al russo La Ragazza d’Autunno. Oltre ai restanti finalisti (ovvero il ceco The Painted Bird, l’ungherese Those Who Remained e l’estone Truth and Justice) tra gli altri titoli esclusi in questa categoria spicca inoltre soprattutto il bellissimo Ritratto della Giovane in Fiamme di Céline Sciamma (premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura), rimasto fuori dalla competizione perché non selezionato come candidato ufficiale dalla commissione francese (che ha invece optato per il succitato film di Ly), mentre anche quest’anno l’Italia non riesce nemmeno a rientrare nella shortlist dei contendenti alla nomination nonostante la buona accoglienza riservata a Il Traditore di Marco Bellocchio.

Come ogni film della saga di Toy Story (ad eccezione del primo, realizzato però prima dell’istituzione della categoria dedicata e comunque vincitore di un Oscar speciale come primo lungometraggio realizzato in digitale), anche il quarto capitolo della serie ottiene una candidatura al premio come miglior film d’animazione, figurando anche tra i candidati alla miglior canzone e confermandosi qui il favorito alla vittoria, anche se quest’anno il consueto dominio Disney pare vacillare: infatti, se innanzitutto si fa notare la mancata nomination al sequel di Frozen (che ottiene comunque a sua volta una candidatura per il brano portante), a stupire è anche la sconfitta dei mitici Buzz e Woody all’ultima edizione dei Golden Globe, dove invece ha prevalso la stop-motion di Missing Link, ultimo prodotto targato Laika che potrebbe quindi sorprendere anche agli Oscar. Tra gli altri candidati, se più debole appare invece Dragon Trainer – Il Mondo Nascosto (terzo capitolo della pur fortunata saga targata DreamWorks), degna di nota è la presenza di due più piccoli ma non trascurabili produzioni Netflix, ovvero il natalizio Klaus e il poetico Dov’è il Mio Corpo? (outsider francese molto apprezzato anche dalla critica). Niente nomination invece anche per l’anime giapponese La Ragazza del Tempo (selezionato in patria per concorrere anche come miglior film straniero, senza però riuscire ad imporsi a sufficienza per rientrare tra i finalisti) e il meno incisivo Il Piccolo Yeti.

Nella categoria della miglior fotografia si prospetta una nuova vittoria del mago della luce Roger Deakins, già premiato nel 2018 per Blade Runner 2049 e ora in pole position per ottenere (alla quindicesima nomination) il suo secondo Oscar grazie alla magistrale orchestrazione dei lunghissimi piani-sequenza del war movie 1917. A tentare di insidiarlo troviamo non solo due nomi noti, ovvero il già 3 volte vincitore Robert Richardson (il quale, alla sua sesta collaborazione con Tarantino, ottiene la sua decima nomination per C’era una Volta a… Hollywood) e il messicano Rodrigo Prieto di The Irishman (ancora con Martin Scorsese dopo The Wolf of Wall Street e Silence), ma anche due new entry non trascurabili come Lawrence Sher e Jarin Blaschke, il primo candidato per le livide immagini di Joker e il secondo riuscito ad imporsi con merito per l’avvolgente bianconero del cupo The Lighthouse (ben accolta opera seconda di Robert Eggers): pur presente solo in questa categoria, nonostante lo status di film indipendente quest’ultimo riesce quindi a prevalere non solo su alcuni contendenti di peso tra cui Le Mans ’66 e Parasite, ma anche su altri titoli troppo poco considerati come Ad Astra di James Gray, La Vita Nascosta di Terrence Malick e ancora il francese Ritratto della Giovane in Fiamme.

Con la sua centrale e minuziosa ricostruzione della Hollywood di fine anni Sessanta, C’era una Volta a… Hollywood pare essere tra i favoriti alla vittoria per il premio alle migliori scenografie, anche se da non sottovalutare sono anche le ambientazioni in evoluzione del fluviale The Irishman (la cui trama copre infatti un arco temporale di quasi mezzo secolo). Tuttavia, se non trascurabile è inoltre la vivida e curata resa della Germania nazista di Jojo Rabbit (ad opera di Ra Vincent, abituale collaboratore del regista Waititi), notevoli sono indubbiamente anche le cruciali atmosfere di Parasite, che conferma di godere di grande e diffusa considerazione ottenendo, oltre a quella per il montaggio, un’altra meritata menzione tecnica per la varietà di ambienti che spaziano dallo sfarzo di enormi ville alla povertà di cunicoli e bassifondi. Chiude la cinquina l’avvolgente scenario di guerra di 1917 (forte dell’esperienza del più volte candidato Dennis Gassner), mentre a sorpresa il pur navigato e stimato Mark Friedberg non riesce nemmeno quest’anno ad ottenere la sua prima nomination nonostante il suo considerevole contributo alle cupe atmosfere di Joker. A non rientrare tra i candidati sono inoltre altri due robusti contendenti come Piccole Donne e Le Mans ’66, ma anche il successo inglese Downton Abbey e il neo-noir Motherless Brooklyn di Edward Norton.

Nella categoria dei migliori costumi spiccano innanzitutto gli sfarzosi abiti ottocenteschi di Piccole Donne, che potrebbero far ottenere un secondo Oscar alla quotata inglese Jacqueline Durran (già premiata nel 2013 e ormai arrivata alla settima nomination), la quale dovrà però scontrarsi con la già candidata Arianne Phillips e la new entry messicana Mayes C. Rubeo, rispettivamente in gara per i notevoli contributi alle ricostruzioni d’epoca di C’era una Volta a… Hollywood e Jojo Rabbit. Completano la rosa di candidati il già due volte vincitore Mark Bridges (responsabile del vestiario di Joker) e un pezzo da novanta come Sandy Powell, la quale (molto amata dall’Academy, vantando 14 precedenti candidature e già ben 3 vittorie) quest’anno concorre insieme a Christopher Peterson per il suo lavoro in The Irishman di Scorsese. Tra i titoli a non riuscire invece ad ottenere la candidatura, oltre al successo inglese in costume Downton Abbey e agli abiti glamour di Judy, spiccano anche il rutilante Rocketman e il colorato ed eccentrico guardaroba di Dolemite is My Name, molto quotato eppure inaspettatamente escluso dalla competizione nonostante l’ottimo risultato ottenuto in questa categoria nel circuito dei premi grazie al prezioso apporto della già vincitrice Ruth Carter.

Per quanto riguarda i contendenti al premio per trucco e acconciature, categoria che da quest’anno si espande, allargando infatti l’abituale quanto inusuale competizione a tre ad una più canonica cinquina di candidati, a farsi notare è soprattutto l’elaborato lavoro del quotato Kazu Hiro sul cast di Bombshell, film per il quale il già premiato truccatore di origine giapponese ha infatti saputo rendere gli interpreti somiglianti alle reali personalità coinvolte nello scandalo Fox che fa da perno alla trama (vedere ad esempio l’alterato viso della protagonista Charlize Theron, quasi irriconoscibile nei panni della giornalista Megyn Kelly). Similare anche se meno evidente è l’operazione che nel biopic Judy coadiuva l’adesione mimetica di Renée Zellweger nei panni della star Judy Garland, mentre più sottile quanto personale è il contributo da parte dei truccatori di Joker alla resa delle origini del villain di culto raccontate nel film a lui dedicato. A sorpresa, a chiudere la cinquina sono il war movie 1917 e il fantasy Maleficent – Signora del Male (sequel del live-action Disney del 2014 con Angelina Jolie nei panni della celebre antagonista del classico La Bella Addormentata), titoli che soffiano la nomination non solo ai non trascurabili Dolemite is My Name e Downton Abbey, ma anche ai più quotati Rocketman e C’era una Volta a… Hollywood.

Nella categoria che tra le tecniche spicca forse con più rilevanza (suscitando inoltre maggiore attenzione anche perché solita confermare e/o rafforzare il peso e l’influenza dei candidati nelle due più importanti, ovvero miglior film e regia), quattro dei cinque titoli a sfidarsi per il premio al montaggio sono non a caso in lizza anche per quello principale; tra questi, se anche qui figura il molto presente Joker mentre a sorpresa Jojo Rabbit prevale su C’era una Volta a… Hollywood (che inaspettatamente manca invece questa importante nomination), da non sottovalutare sono inoltre il trascinante Parasite (che rientrando come outsider straniero anche in questa cinquina si conferma appunto uno dei protagonisti di questa edizione) e il colossale The Irishman: infatti, considerando anche l’incerto destino di quest’ultimo film nella corsa alle statuette principali, l’Academy potrebbe decidere di riservagli almeno un riconoscimento di peso in questa categoria, celebrando inoltre al contempo il grande lavoro sul vastissimo materiale offerto da Scorsese all’immancabile Thelma Schoonmaker, sua storica collaboratrice, la quale, arrivata all’ottava nomination (eguagliando quindi il record di Michael Kahn) nonché già tre volte vincitrice (sempre per i suoi lavori con il maestro), in caso di nuovo trionfo diventerebbe la montatrice più premiata della storia. Eppure, un altro contendente decisamente valido è Le Mans ’66, la cui narrazione solida e ritmata fa capo proprio anche all’efficace montaggio, davvero cruciale in un film che a sua volta potrebbe sbaragliare la concorrenza e trovare qui una sorta di compensazione (peraltro non senza merito) al risultato un po’ sotto le aspettative (in questo caso anche in termini di nomination). Oltre al film di Tarantino, a mancare invece questa candidatura sono inoltre il dramma Storia di un Matrimonio (d’impianto forse troppo classico per trovare considerazione anche qui) e il concitato e sorprendente Diamanti Grezzi, ma anche il documentario Apollo 11 (molto elogiato anche per il montaggio) e un altro titolo molto forte come 1917 (il cui lavoro di tagli ed innesti nascosti tra i lunghi piani-sequenza che compongono il film non è stato forse considerato dall’Academy rilevante a sufficienza per garantire una menzione al pur abile e già noto montatore Lee Smith).

Nella corsa al premio per la migliore colonna sonora la gara potrebbe restringersi ad un duello tra una nota conoscenza dell’Academy e una new entry straniera. Infatti, sebbene il grande Thomas Newman fosse inizialmente considerato il favorito alla vittoria grazie al suo abitualmente efficace contributo musicale a 1917 di Sam Mendes, nel corso della stagione ad imporsi maggiormente nel circuito dei premi è stata invece la neo-candidata Hildur Guðnadóttir, autrice delle ipnotiche musiche di Joker: infatti, dopo la vittoria ai Golden Globe, l’apprezzata compositrice islandese (settima donna a concorrere singolarmente in questa categoria) potrebbe arrivare a conquistare anche l’Oscar e soffiare così la statuetta al succitato veterano, il quale, dopo ben quattordici nomination andate a vuoto, punta ancora ad una prima, agognata vittoria in un’edizione che lo vede inoltre scontrarsi anche con il doppiamente candidato cugino Randy, a sua volta in gara non solo in questa stessa categoria per Storia di un Matrimonio, ma anche in quella della miglior canzone con il quarto film della saga di Toy Story. Completano la rosa di candidati altri due nomi non certo nuovi all’Academy, ovvero il francese Alexandre Desplat di Piccole Donne (già 2 volte vincitore) e l’immancabile John Williams, il quale (premiato ben 5 volte in precedenza) per il nono capitolo della saga di Star Wars torna puntualmente in gara, arrivando alla 52esima nomination e confermandosi così la seconda personalità più candidata in assoluto dopo Walt Disney (ancora in testa con un totale di 59 designazioni ottenute in diverse categorie). Fuori dalla cinquina, oltre al quotato Daniel Pemberton (candidato al Golden Globe per la colonna sonora di Motherless Brooklyn), restano invece anche il Michael Giacchino di Jojo Rabbit, lo stimato Alan Silvestri di Avengers: Endgame e il meno noto ma comunque non trascurabile Michael Abels di Noi, ma anche lo spagnolo Alberto Iglesias di Dolor y Gloria, l’anglo-tedesco Max Richter di Ad Astra e l’italo-americano Marco Beltrami, co-autore (insieme a Buck Sanders) delle musiche di Le Mans ’66.

Tra i candidati alla statuetta per la miglior canzone originale spicca innanzitutto Elton John, già vincitore del Golden Globe, il quale (a 25 anni esatti dalla sua prima vittoria in questa stessa categoria per Il Re Leone) potrebbe ora conquistare il suo secondo Oscar con il brano originale da lui scritto (insieme al fidato collaboratore Bernie Taupin) per un progetto a cui il cantautore è naturalmente molto legato, ovvero il biopic musicale Rocketman, basato sulla sua vita. Ma ad imporsi come competitori di rilievo sono anche i già citati Cynthia Erivo e Randy Newman, entrambi forti di una doppia candidatura: infatti, se la prima, co-autrice del tema di Harriet, per lo stesso film concorre anche (come suddetto) al premio migliore attrice, il secondo, già in gara per la colonna sonora di Storia di un Matrimonio, si aggiudica invece una seconda menzione da musicista per la canzone del quarto capitolo della saga di Toy Story, tornando così a concorrere con Pixar (studio che lo condusse alle vittorie del 2002 e del 2011, la seconda proprio con il precedente capitolo della serie). Infine, se i coniugi musicisti Lopez, già premiati in questa stessa categoria nel 2010 per il tema portante di Frozen, puntano ora a ripetere tale risultato con la nuova canzone del sequel (che però pare non aver ottenuto lo stesso successo, mancando inoltre la candidatura come miglior film d’animazione), in lizza per la statuetta torna anche l’immancabile e già molto nota Diane Warren, la quale tenterà invece di ottenere finalmente il suo primo, agognato Oscar (dopo ben 10 candidature, tutte incredibilmente andate a vuoto) per il motivo del pur meno noto dramma Atto di Fede. Quest’ultima soffia così la candidatura ad altre due contendenti piuttosto celebri come la star Beyoncé (co-autrice di un brano inedito inserito nella colonna sonora della versione in live-action de Il Re Leone) e l’attrice premio Oscar Mary Steenburgen (distintasi quest’anno per aver collaborato alla composizione della trascinante canzone centrale del ben accolto dramma musicale di produzione inglese A Proposito di Rose). Infine, oltre ad una seconda versione in live-action di un altro classico Disney, ovvero Aladdin di Guy Ritchie, manca la nomination anche l’effettivamente poco riuscito Cats di Tom Hooper, adattamento cinematografico del celebre musical di Andrew Lloyd Webber, che (stroncato dalla critica e pressoché ignorato dal pubblico) conferma anche qui il suo insuccesso, non riuscendo infatti a rientrare nemmeno tra i candidati al premio per la miglior canzone (categoria nella quale concorreva invece ai Golden Globe con un brano inedito scritto dal celebre musicista in collaborazione con Taylor Swift).

Nella corsa al premio per i migliori effetti visivi non potevano mancare i nuovi capitoli di due saghe molto amate e forti di una tecnica rodata ed efficace, ovvero l’ultimo episodio della terza trilogia di Star Wars e il cinecomic di grande successo Avengers: Endgame, entrambi assai quotati e in corsa per un premio che inoltre rappresenterebbe una sorta di atteso riconoscimento alle rispettive serie di film dopo le mancate vittorie dei predecessori (a loro volta candidati non solo in questa categoria eppure rimasti sempre a mani vuote). Ad insidiarli, oltre al curato foto-realismo della nuova versione in live-action de Il Re Leone (terzo film completamente animato a rientrare in questa categoria), troviamo non solo la pur dibattuta operazione di ringiovanimento eseguita sui visi degli interpreti di The Irishman, ma anche la vibrante rappresentazione degli scenari di battaglia in 1917: a sorpresa, quest’ultimo film prevale quindi sulla motion capture del futuristico Alita: Angelo della Battaglia e sul doppio Will Smith del meno efficace Gemini Man di Ang Lee. Esclusi anche la non trascurabile fantascienza concettuale di Ad Astra, la già citata ma meno incisiva rivisitazione in live-action del celebre classico Disney Aladdin e il ritorno di Sarah Connor in Terminator – Destino Oscuro.

Nelle due categorie dedicate al sonoro, a spiccare è innanzitutto lo scenario di guerra raccontato in 1917 di Sam Mendes, che però dovrà vedersela con i rombanti motori di Le Mans ’66, altro candidato qui molto quotato e a sua volta forte di una doppia nomination (per suono ed effetti sonori), vantaggio tuttavia condiviso anche da altri due protagonisti di questa edizione, ovvero il cinefilo affresco d’epoca C’era Una Volta a… Hollywood e il disturbante Joker. A completare le cinquine, anche se con una sola candidatura a testa (rispettivamente per montaggio sonoro e mixaggio sonoro) sono infine il prevedibile Star Wars: L’Ascesa di Skywalker e la gradita sorpresa Ad Astra, sottovalutato film di James Gray (con Brad Pitt nel ruolo di tormentato astronauta) che, pur relegato a quest’unica nomination tecnica, riesce almeno a non lasciare totalmente indifferenti i membri dell’Academy. Esclusi invece da entrambe le categorie alcuni titoli pur molto gettonati come The Irishman, Jojo Rabbit e Parasite, ma anche qualche prodotto più commerciale in cerca qui di una menzione (dal cinecomic Captain Marvel al terzo capitolo della saga action di John Wick).

Tra i candidati al premio come miglior documentario salta subito all’occhio non solo una diffusa presenza femminile (con ben quattro titoli su cinque co-diretti da donne), ma anche l’assenza di quello che diffusamente era considerato addirittura il possibile vincitore, ovvero il molto ben accolto Apollo 11, che contro ogni pronostico manca invece appunto la nomination nonostante i numerosi trionfi ottenuti nel corso della stagione dei premi; al suo posto troviamo invece il brasiliano e politicamente impegnato Democrazia al Limite, che però dovrà scontrarsi non solo con un altro titolo targato Netflix molto più quotato, ovvero Made in USA – Una Fabbrica in America (incentrato appunto sulla vita in fabbrica e co-prodotto dal colosso streaming insieme alla Higher Ground di Barack e Michelle Obama), ma anche con il già citato Honeyland (film macedone sugli apicoltori locali, come suddetto forte anche di una seconda candidatura come miglior film straniero). A chiudere la cinquina sono infine due co-produzioni internazionali sul difficile contesto della guerra siriana, ovvero The Cave (vincitore all’ultimo festival di Toronto) e For Sama (molto presente anche tra i candidati ai premi BAFTA). Tra le opere che invece non riescono ad ottenere la candidatura spiccano qui invece soprattutto i ben accolti One Child Nation, La Fattoria dei Nostri Sogni, Maiden e Midnight Family.

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO

  • Brotherhood (Meryam Joobeur, Maria Gracia Turgeon)
  • Nefta Football Club (Yves Piat, Damien Megherbi)
  • The Neighbors’ Window (Marshall Curry)
  • Saria (Bryan Buckley, Matt Lefebvre)
  • A Sister (Delphine Girard)

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO D’ANIMAZIONE

  • Dcera (Daughter) (Daria Kashcheeva)
  • Hair Love (Matthew A. Cherry, Karen Rupert Toliver)
  • Kitbull (Rosana Sullivan, Kathryn Hendrickson)
  • Memorable (Bruno Collet, Jean-François Le Corre)
  • Sister (Siqi Song)

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO

  • In the Absence (Yi Seung-Jun, Gary Byung-Seok Kam)
  • Learning to Skateboard in a Warzone (If You’re a Girl) (Carol Dysinger, Elena Andreicheva
  • Life Overtakes Me (John Haptas, Kristine Samuelson)
  • St. Louis Superman (Smriti Mundhra, Sami Khan)
  • Walk Run Cha-Cha (Laura Nix, Colette Sandstedt)

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