C’era una Volta a… Hollywood

C’era una Volta a… Hollywood

Los Angeles, 1969. La star della televisione in declino Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), nuovo vicino di casa della promettente attrice Sharon Tate (Margot Robbie), cerca con non poche difficoltà di rilanciare la sua carriera; così, accompagnato dall’amico Cliff Booth, suo ombrosa e muscolare stunt-man ed assistente, accetta pur con una certa riluttanza di attraversare l’oceano per riciclarsi come attore di spaghetti-western. Quando però, alcuni mesi più tardi, i due tornano a Hollywood, si troveranno inaspettatamente coinvolti nella spirale di follia violenta scatenata dalla “famiglia” di hippie criminali guidata da Charles Manson.

A venticinque anni dalla vittoria della Palma d’Oro per Pulp Fiction e a dieci dal successo di Bastardi Senza Gloria, Quentin Tarantino torna in Concorso a Cannes (stavolta senza però aggiudicarsi premi) con questo suo nono lungometraggio che (concepito originariamente come romanzo) pare curiosamente rappresentare al contempo una nuova evoluzione e una sorta di compendio tra le fasi e gli elementi chiave del suo itinerario. Perché (in un’operazione per certi versi affine a Jackie Brown) per gran parte della fluviale durata della pellicola il regista tiene a bada i suoi tipici stravolgimenti e sensazionalismi a favore di un registro più cautamente moderato che solo nella parte finale sfocia in una più sanguigna unione tra l’estetica pulp e la sorpresa ucronica che rispettivamente avevano caratterizzato i due titoli succitati e scandito la prima e la seconda parte della sua filmografia; un connubio di toni e di intenti che coincide inoltre con l’intreccio definitivo tra le principali linee narrative, ovvero le due dedicate agli altrettanti protagonisti maschili di fantasia (interpretati con condiviso disincanto dagli ottimi DiCaprio e Pitt) e una terza più collaterale focalizzata invece sull’attrice Sharon Tate (incarnata da una magnetica Robbie di fascino dolce ed etereo), snodate fino a quel momento su binari paralleli anche se costantemente legate dal comune filo conduttore del cinema, che è insieme storie ed esistenze vissute o apparenti, sogni ed incubi reali o trasfigurati. Infatti, pur adottando appunto un piglio più riflessivo (dilatando maggiormente i tempi e ridimensionando il ricorso alla violenza o ai dialoghi scoppiettanti), Tarantino resta comunque fedele a se stesso innanzitutto proprio per quello slancio cinefilo che, sostenuto dall’usuale gioco di rimandi e contaminazioni al limite con il meta-filmico (Dalton è vicino di casa di Polanski, recita per Corbucci e partecipa a provini per ruoli destinati a Steve McQueen), diventa qui motore dell’azione e filtro per un più ampio, personale e affezionato affresco di costume. Non a caso, il climax in cui convergono i percorsi narrativi, calati appunto in un contesto di cruciali cambiamenti non solo per il mezzo filmico (di cui non a caso sembrano quasi rispecchiare la crepuscolare e malinconica condizione donchisciottesca), è proprio quella tragica e sanguinosa notte del 9 agosto 1969 che sconvolse l’industria hollywoodiana (la cui gabbia dorata venne così scardinata) come anche l’intera società statunitense (con l’improvviso infrangersi dell’idillio hippie), segnando per entrambe la fine dell’innocenza e l’inizio della disillusione: sono gli albori della New Hollywood e della crisi del mito americano, rievocati in quella che, tra sardoniche allusioni, palpabile nostalgia, dichiarati feticismi e trascinanti suggestioni (dall’emozione della Robbie davanti all’ultima performance della vera Tate all’arrivo di Cliff nel Ranch di Manson, mostrato abilmente solo di sfuggita), assume quindi inoltre il valore di devota commemorazione di tale cruciale periodo di transizione declinata attraverso l’occhio di un cinema in relativa e conforme mutazione che Tarantino rincorre, asseconda ed interiorizza. Perché l’usuale processo di rielaborazione tipico del regista, caratterizzato dalla ormai riconoscibile “centrifuga” di toni e di generi e sempre coadiuvato dal gusto per i rimandi e le citazioni (evidente fin dal titolo che guarda a Sergio Leone), diventa qui funzionale alla narrazione, richiamando proprio tale passaggio di reinvenzione e celebrandone la conseguente rinascita attraverso la riproposizione di quel revisionismo storico con cui rivendica inoltre la propria idea di cinema come mezzo capace perfino di superare la realtà o cambiare la Storia. In tutto ciò, pur non privo di digressioni o passaggi un po’ appannati (come l’incerto omaggio a Bruce Lee), questo film frammentato e contemplativo eppure densissimo e scanzonato s’inserisce nell’itinerario di Tarantino come una tappa forse meno impetuosa o mordace di altre precedenti ma comunque al contempo assai intima e sentita anche proprio per l’avvolgente carica evocativa che, sorretta da un’attenta ricostruzione (esaltata dalla fotografia del fidato Robert Richardson e commentata da una soundtrack ricca di classici dell’epoca), riesce degnamente a coinvolgere e stravolgere. Menzione speciale per i tre succitati protagonisti, attorno ai quali ruota un variegato cast di attori di contorno tra i quali, oltre ad alcuni volti non nuovi al regista (da Bruce Dern a Michael Madsen fino a Kurt Russell) e ad altre azzeccate new entry (come Margaret Qualley e Emile Hirsch), spicca inoltre un divertito e divertente Al Pacino in una breve ma gustosa partecipazione.

C'era una Volta a... Hollywood
C'era una Volta a... Hollywood
Summary
“Once Upon a Time in… Hollywood”; di Quentin Tarantino; con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Margaret Qualley, Emile Hirsch, Timothy Olyphant, Julia Butters, Dakota Fanning, Austin Butler, Bruce Dern, Mike Moe, Luke Perry, Damian Lewis, Al Pacino; USA/UK, 2019; durata: 161’.
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