Il Lamento sul Sentiero

Il Lamento sul Sentiero

- in Anni 50, Recensioni
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Nel Bengala rurale degli anni ’10, il piccolo Apu (Subir Banerjee) cresce insieme alla problematica sorella maggiore Durga (Uma Das Gupta) in una decaduta famiglia di casta bramina alla quale l’amorevole padre (Kanu Banerjee) tenta con difficoltà di garantire un’esistenza rispettabile nonostante la triste condizione di indigenza che affligge il loro povero villaggio, perennemente minacciato anche dalla violenza dei monsoni.

Ispirato a “Pather Panchali” di Bibhutibhushan Bandyopadhyay (romanzo di formazione semi-autobiografico del 1928 divenuto un classico della letteratura bengalese), è l’eccezionale lungometraggio d’esordio di Satyajit Ray e la prima parte della cosiddetta “trilogia di Apu” che (proseguita con Aparajito e chiusa da Il Mondo di Apu, entrambi tratti dallo stesso autore) lo rese il più celebre e celebrato autore del cinema indiano. Tra i più noti e rappresentativi film d’arte bengalesi, riesce a cogliere l’ordinario rendendolo straordinario senza scadere nella manipolazione, trovando un miracoloso equilibrio in un’inedita contrapposizione quasi paradossale tra forma e contenuto: inquadrando un difficile contesto di estrema povertà e desolazione con una grande ricercatezza formale, lo esalta e quindi riscatta attraverso immagini di grande bellezza che, coadiuvate dalla splendida fotografia a luce naturale, ne rimarcano la dignità senza edulcorarne la durezza; influenzato dal neorealismo italiano e memore della lezione di Renoir (per il quale lavorò come assistente ne Il Fiume), l’autore orchestra così una messa in scena di vivido realismo sociale quasi documentaristico pervaso tuttavia da un commosso e toccante lirismo che però scaturisce appunto non da artifici o concessioni al sentimentalismo, bensì dalla naturalistica umanità con cui segue e asseconda il flusso lento della quotidianità locale. Il risultato è una sussurrata ma vibrante elegia bucolica che, scandita dal susseguirsi delle stagioni della vita e ben commentata dalle musiche del celebre virtuoso del sitar Ravi Shankar (in controtendenza con la tradizione cinematografica indiana), mostra come la miseria non debba necessariamente vanificare il piacere di un’esistenza fondato (proprio come spesso accade durante l’età della fanciullezza) sulla felicità trovata nelle piccole cose. Girato in estrema economia, con attori non professionisti e senza una sceneggiatura (seguendo invece una serie di note e storyboard realizzati e messi insieme dal regista durante un viaggio per mare a Londra), fu il frutto di una lavorazione assai travagliata che (tra diversi rinvii e costrette fasi di stallo) si dilungò per oltre tre anni: finanziato dal governo del Bengala dell’ovest (che però fraintese la natura del progetto, credendolo un documentario), fu completato grazie ad un sussidio aggiuntivo del MoMA di New York, dove (dopo un feedback di John Huston, che esaminò il materiale durante un sopralluogo in India) fu replicato per diversi mesi, attirando l’attenzione del pubblico statunitense; fu l’inizio di un successo internazionale la cui definitiva consacrazione arrivò quando il film fu presentato con ottimo riscontro al festival di Cannes del 1956, dove ottenne inoltre il Premio per il Documento Umano. Ad un primo restauro, eseguito negli anni ’90 dalla casa di produzione Merchant Ivory (che insieme a Sony Pictures Classics lo ridistribuì in sala e in Home Video), ne seguì un secondo nel 2015, quando la rinomata Criterion Collection (in collaborazione con il laboratorio L’Immagine Ritrovata di Bologna) svolse un lungo e minuzioso lavoro su negativi originali fino ad allora creduti perduti per poi riversare il tutto in digitale: anche tale versione fu presentata al MoMA per venire in seguito nuovamente distribuita in DVD.

Il Lamento sul Sentiero
Il Lamento sul Sentiero
Summary
“Panther Panchali”; di Satyajit Ray; con Subir Banerjee, Kanu Banerjee, Karuna Banerjee, Uma Das Gupta, Chunibala Devi, Tulsi Chakrabarti; drammatico; B/N; India, 1955; durata: 122’.
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