Blade Runner

Blade Runner

- in Anni 80, Recensioni
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Nella Los Angeles del 2019, la tecnologia ha permesso la creazione di “replicanti”, androidi analoghi all’uomo ma dall’esistenza limitata e incapaci di provare sentimenti, originariamente destinati al lavoro nelle colonie extramondo. Quando quattro esemplari insubordinati raggiungono la Terra per infiltrarsi nella fabbrica del loro creatore ed ottenere così una proroga sulla loro “data di termine”, il poliziotto Dick Ducker (Harrison Ford), dell’unità Blade Runner, è richiamato in servizio per “ritirarli”.

Liberamente ispirato al romanzo di Philip K. Dick “Il cacciatore di Androidi” (conosciuto in Italia anche come “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”), adattato per lo schermo da Hampton Fancher e David Peoples, non è solo un pilastro nella filmografia di Ridley Scott, ma anche uno dei più grandi film di SCI-FI degli Anni ’80. Ricchissimo di tematiche pregnanti e significati, tra evocative immagini di occhi ed allusivi origami a forma di unicorno, si distingue certamente per l’altissima tenuta visivo-espressiva che, coadiuvata da una fondamentale componente tecnica di grandissima efficacia (fotografia di J. Cronenweth, scenografie di L. G. Paull, musiche di Vangelis), conferisce innanzitutto una memorabile incisività alla densa ed avvolgente e cruciale ambientazione distopica: ideata dall’arista concettuale Sud Mead, la spettacolare metropoli multirazziale, modernissima eppure decadente in cui si svolge la vicenda evoca infatti una delle più suggestive e terribili visioni su schermo di un futuro ostile dai tempi di Metropolis di Fritz Lang. Tra i molteplici temi che lo attraversano, sempre nel segno di una significativa ambiguità, quello centrale e ricorrente risiede nella difficoltà di discernere l’uomo dalla macchina, ossia l’umano dal replicante: infatti, il primo, perdendo in umanità, può somigliare pericolosamente al secondo, mentre il secondo (diversamente dal romanzo, in cui è dipinto in maniera quasi totalmente negativa), formulando il desiderio prettamente umano di vivere di più, potrebbe avvicinarsi al primo, se non fosse per un bagaglio emotivo che può prescindere l’empatia, ma non il tempo. Ciò si evince dal dramma esistenziale di Rachael (per la quale ricordare il proprio passato non implica necessariamente averlo vissuto), ma anche e soprattutto dal percorso di Roy, antagonista da antologia a cui è affidato il mitico e catartico monologo finale (in parte improvvisato dal grande Rutger Hauer) che ribalta la situazione ed entrato nell’immaginario collettivo anche per il passaggio in cui afferma “Io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi…”. Se poi si considera la dibattuta interpretazione (recentemente confermata da Scott) che sostiene che lo stesso Dackard sia un androide inconsapevole, allora avviene il cortocircuito dell’identificazione, aprendo anche ad una riflessione affatto trascurabile sulle differenze di ruoli e sui confini tra bene e male, verità e apparenza. Tale chiave di lettura è palesemente rivelata nella versione Director’s Cut curata dal regista, che presenta anche altre modifiche non trascurabili, tra cui l’eliminazione della Voce Off e un epilogo diverso, meno consolatorio rispetto a quello originale imposto dalla produzione al regista, che per mediare la situazione si rivolse quindi addirittura a Stanley Kubrick, il quale gli concesse di inserire nel montaggio finale una sequenza non utilizzata delle riprese di “Shining”. L’emblematico titolo del film, che proviene da un romanzo di Alan E. Nourse (da cui William S. Burroughs trasse poi una novella in forma di trattamento) è traducibile come “colui che corre sul filo del rasoio”, come ad indicare la posizione di precario e costante equilibrio tra vero e falso, soggetto ed oggetto, umano e non umano. Prodotto da Michael Deeley con il sostegno di Alan Ladd, Jr., che per lavorare da indipendente aveva da poco ceduto il ruolo di presidente della Fox (con cui aveva in precedenza realizzato, tra gli altri, anche “Star Wars” e “Alien” dello stesso Scott), in un primo momento il film venne frainteso, disorientando la critica ed ottenendo uno scarso successo di pubblico (venendo inoltre vergognosamente escluso dalla competizione per i premi Oscar); in seguito però venne progressivamente rivalutato da entrambi, fino ad essere riconosciuto come un autentico capolavoro di culto, la cui forza visionaria influenzò non a caso molto cinema successivo di fantascienza.

Blade Runner
Blade Runner
Summary
id.; di RIDLEY SCOTT; con HARRISON FORD, RUTGER HAUER, SEAN YOUNG, DARYL HANNAH, BRION JAMES, JOANNA CASSIDY, EDWARD JAMES OLMOS, M. EMMET WALSH, JOE TUKEL, WILLIAM SANDERSON, JAMES HONG, MORGAN PAULL; fantascienza; USA, 1982; durata: 116'.
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