L’Atalante

L’Atalante

- in Anni 30, Jean Vigo, Recensioni
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Sposatasi da poco con il giovane Jean (Jean Dasté), la campagnola Juliette (Dita Parlo) lo segue a bordo dell’Atalante, chiatta a motore sulla rete fluviale francese. Annoiata dalla routine e suggestionata dai racconti del vecchio marinaio “Pere Jules” (Michel Simon), ben presto la ragazza decide di scendere dal battello; così, dopo una litigata, lei si avventura per Parigi, mentre lui riparte con la sua barca. Ma in seguito si rincontreranno.

In contrasto con il cinema francese dell’epoca, ancora prevalentemente realista, questo secondo ed ultimo film del geniale regista Jean Vigo (morto un mese dopo la prima proiezione pubblica) è un’imprescindibile opera di rottura, decisamente sovversiva e incredibilmente rivoluzionaria: immerso in ambientazioni cariche ed avvolgenti, esaltate dalla fondamentale fotografia del russo Boris Kaufman (fratello minore del regista Dziga Vertov), è un intenso e quasi ipnotico poema filmico attraversato da ispirate e suggestive parentesi surrealiste (tra cui spicca l’indimenticabile la sequenza sott’acqua, rimasta nella memoria di ogni cinefilo), in cui convivono realismo e fantasia, estraneità e intimità, obiettività e soggettività. Combinando la delicata semplicità della trama e delle tematiche (i problemi coniugali, il desiderio, il distacco, l’incomprensione) con una tecnica sofisticata e una cifra stilistico/espressiva del tutto rivoluzionaria, la linearità della storia viene destrutturata attraverso un rivoluzionario processo di sdrammatizzazione per mezzo del quale il tono estraneo e quasi irrazionale della messa in scena rivela un’intensa ed intima profondità: rifiutando l’approfondimento psicologico (nei percorsi dei personaggi l’istinto prevale sulla ragione), la narrazione sfiora la quotidianità per soffermarsi su momenti e particolari colmi di profondità, che così esposti assumono il valore di sprazzi di esistenza. Ancorché straniante nell’approccio a tratti irrazionale, il film possiede un unico ed intimo lirismo, derivato anche dalle immagini e dall’ambientazione: l’atmosfera naturalista alimenta infatti l’immaginazione dell’invisibile e dell’inafferrabile. Per la sua carica eversiva e trasgressiva (specie nel vibrante erotismo che lo pervade), viene spesso accostato alle opere di Cèline e Rimbaud. Il montaggio fu eseguito da Louis Chavance con l’approvazione del regista già molto malato, che alla fine non poté presentarlo come avrebbe voluto: infatti, dopo i problemi con la censura, i produttori lo distribuirono scorciato di una ventina di minuti e ribattezzato “Le Chaland qui Passe”, titolo estrapolato da una canzone all’epoca molto in voga, inserita a forza tra le musiche di Maurice Jaubert. Come anche il precedente Zero in Condotta (primo mediometraggio di Vigo, straordinario e “maledetto”), anche questo film alla sua uscita fu un fiasco di pubblico e di critica; col tempo, fu poi rivalutato fino ad essere finalmente riconosciuto per la sua immensa importanza. Dopo vari tentativi di ricostruzione, nel 1990 si arrivò ad un restauro filologicamente accettabile, che ne restituisce una versione probabilmente molto vicina a quella originariamente pensata da Vigo.

L'Atalante
L'Atalante
Summary
id.; di JEAN VIGO; con JEAN DASTÉ, DITA PARLO, MICHEL SIMON, LOUIS LEFEBRE, GILLES MARGARITIS, FANNY CLAR, CHARLES GOLDBLATT, FANNY CLAR, RAPHAEL DILIGENT, MAURICE GILLES; drammatico; B/N; Francia, 1934; durata: 85'.
100 %
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