Under the Skin

Under the Skin

- in Film 2013, Recensioni
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Assistita da una misteriosa figura in motocicletta, un’aliena dalle assunte fattezze umane (Scarlett Johansson) percorre con un furgone le desolate strade della Scozia in cerca di prede maschili, usando il suo fascino come esca fatale per attirare gli ignari malcapitati in una trappola fatale.

Traendo materia, con estrema libertà, dal romanzo “Sotto la Pelle” (2000), esordio dell’olandese Michael Faber, l’apprezzato regista e sceneggiatore londinese Jonathan Glazer (tra gli autori di videoclip più apprezzati del panorama internazionale, al suo terzo lungometraggio) se ne distanzia in maniera radicale, cambiando sostanzialmente il punto di vista e riducendo all’osso la narrazione, eliminando i passaggi da fantascienza orrorifica ed annullando totalmente la marcata componente satirica, per concentrarsi invece sui risvolti esistenziali del racconto. Sconsigliabile pertanto agli adepti della SCI-FI hollywoodiana con effetti speciali ma anche agli spettatori di logica cartesiana, è una sorta di inquietante road movie d’atmosfera che travalica i confini del genere e diventa un’enigmatica opera di “fantacoscienza” con echi di Roeg, Tarkovskij, Lynch, Cronenberg e perfino Kubrick (non solo nel prologo, ma anche nell’approccio al genere); il senso d’angoscia che lentamente insinua nello spettatore coincide infatti con la presa di coscienza di essere relegati ad una condizione fittizia e/o inadatta, e risiede nella scoperta che ciò che si cela “sotto la pelle” rende vulnerabili anche perché non permette l’integrazione con una società che può rivelarsi estranea, in cui siamo mandati allo sbaraglio e in cui il nostro ruolo, che all’inizio può sembrare già scritto, alla fine risulta non essere chiaro: presenza esteriormente conturbante e seducente ma in realtà robotica e vuota di sensibilità (da notare la terribile scena alla spiaggia), privata di un’anima fin dalla genesi non organica, con la nascita sostituita da un freddo assemblaggio (cui peraltro si contrappone la fine delle sue vittime, condotte in una sorta di liquido amniotico denso e nerissimo che invece di dare la vita la prosciuga), nel suo passaggio in un mondo sconosciuto la protagonista finisce per interrogarsi sul percorso a cui è predestinata quando questo subisce un disorientante sconvolgimento derivato da un’inaspettata scoperta dell’umanità (non a caso grazie ad un altro “freak”, che però in quanto tale trova quindi inattesa salvezza); è allora che l’uso predatorio della seduzione sfocia quindi in un’esplorazione della sessualità, mentre la totale assenza di qualsiasi approccio emotivo si evolve in un ignoto desiderio di conoscenza interiore, fino all’amarissima consapevolezza che tale aspirazione non potrà mai essere appagata (la sequenza in cui l’alieno osserva il suo “costume umano” ridotto ad involucro inanimato); così, sovrapponendosi a tematiche di rilievo quali la contrapposizione tra forza e vulnerabilità, il pericoloso fascino dell’ignoto, l’interscambio dei ruoli tra vittima e carnefice e la concezione di un destino ineluttabile, l’impossibilità di acquisire condizione antropica assurge alla ricerca disperata di un’identità negata, contingenza che peraltro si riflette anche nella natura respingente del paesaggio (che non a caso poco si integra con i personaggi), e nello spettro nazionalista di una Scozia dall’indipendenza mai concessa. Calato in un’atmosfera rarefatta e psichedelica, sotto il segno di una sterilità narrativa che evita simbolismi e dirette interpretazioni psicoanalitiche, è una sorta di esperienza sensoriale senza catarsi, che infonde un senso di inquietudine metafisica e di tensione straniante, esacerbate da una tesissima dilatazione dei tempi, dalla cupa e claustrofobica ambientazione in interni (la desolazione dei locali, il buio del furgone e l’oscurità dell’altrove letale sopra citato) e in esterni (i cieli grigi senza sole, i boschi innevati, lo squallore periferico), da invenzioni audiovisive che sfociano nella videoarte e dall’uso mirato delle sonorità (notevole la colonna sonora di Mica Levi, capace di fondere rumori, suoni soffusi, stridenti cacofonie e minimalismo melodico). Presentato in Concorso al festival di Venezia 2013 (ed uscito con mesi di ritardo dopo un travagliato percorso produttivo/distributivo), è un film enigmatico, perturbante e per certi versi ermetico od astruso, che non per niente confuse il pubblico e disorientò anche parte della critica (specie quella italiana che, a differenza di quella anglofona, ne liquidò troppo frettolosamente le alte ambizioni): davanti alle situazioni non sviluppate, alle ellissi narrative, alle incursioni oniriche e ai significati intrinsechi e poco esplicitati, i detrattori respinsero infatti il film, fermandosi forse alla superficie; ma se invece lo si accetta, abbandonandosi al suo ammaliante potere ipnotico, risulta difficile sottrarsi al suo fascino inquietante, negare l’impatto della resa stilistica, o dimenticare la magnetica presenza di Scarlett Johansson, la cui sensuale e misteriosa attrattiva e la cui espressione fredda, vitrea eppure tutt’altro che inespressiva infondono al personaggio un vibrante e a tratti sconcertante spessore.

Under the Skin
Under the Skin
Summary
id.; di Jonathan Glazer; con Scarlett Johansson, Jeremy McWilliams, Joe Szula, Paul Brannigan, Kryštof Hádek, Adam Pearson, Michael Moreland, Jessica Mance, Dave Acton; fantascienza; USA, 2013; durata: 108'.
70 %
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