Te lo Dico Pianissimo: trailer, sinossi e interviste al regista e al protagonista

Te lo Dico Pianissimo: trailer, sinossi e interviste al regista e al protagonista

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A seguito dell’uscita in sala del film Te lo Dico Pianissimo, il regista Pasquale Marrazzo e il protagonista Pietro Pignatelli hanno rilasciato ad Effetto Notte un’intervista (realizzata in collaborazione con l’emittente radiofonica Radio Laghi InBlu) in cui raccontano la realizzazione e i messaggi del film, di cui di seguito proponiamo anche, la sinossi, una galleria d’immagini (qui sopra) e il trailer ufficiale.

SINOSSI (DAL PRESSBOOK DEL FILM)

A seguito della scomparsa della sua ex amata moglie Dolores, Cicci (uomo sulla cinquantina gentile nei modi e nell’animo) si ritrova a dover gestire l’affidamento dei suoi due figli nati da un forte desiderio della coppia di coronare il grande sogno di diventare genitori. Così, dopo diversi travagli interiori, Cicci decide di aprire alla sua vera identità e in accordo con la moglie Dolores (personaggio sensazionale) decidono la strategia migliore per non creare danni a nessuno per poter coronare l’amore che lo lega a Nikolas. Cicci vive infatti con il suo compagno Nikolas, esuberante idraulico di sani principi etici e morali che però vengono messi a dura prova quando le sorelle decidono di trasferirsi a casa loro per “difendere” quelli che loro ancora chiamano bambini (ma che in realtà hanno raggiunto quasi la maggior età) da uno stato di presunta “immoralità”. Intanto, l’amore diventato ormai “fraterno” che lega Cicci e la moglie (ora come fantasma che “vive” nel bagno per consigliare il marito a scegliere la giusta strategia per difendersi dalla sorella Giuditta, in balia di un amore simbiotico verso il fratello) crea la vera differenza: i due infatti si coalizzano e lei, da quel bagno divenuto sua abitazione perpetua, lo spinge in una direzione piuttosto che un’altra. Nel frattempo, l’amore che tiene uniti Nikolas e Cicci, li costringe a subire “soprusi e abusi” da parte delle tre sorelle che, viste da molto vicino, come direbbe il nostro grande “Basaglia”, sono mosse da motivazioni tutt’altro che sane, ovvero dal semplice desiderio di frammentare un equilibrio che Cicci e poi Nikolas hanno costruito, con il tempo e il duro lavoro, per conquistare la fiducia di Dolores e dei ragazzi. Così, seppur per un breve periodo, Cicci abbandona il suo compagno per cercare di tenere a bada la follia di Giuditta (la sorella protagonista del film), la quale avrà però un’evoluzione particolare: infatti, se in prima analisi sembra una squilibrata che senza motivo cerca di mettere il bastone fra le ruote al fratello e quindi all’amore che ha per il suo compagno Nikolas, la sua personalità si fa (via via che il film procede) sempre più complessa e amorevole; in questo modo, il suo personaggio diventa la dimostrazione della cecità che a volte abbiamo quando amiamo qualcuno: lei, il fratello Cicci lo ama senza se e senza ma. Anche per questo, nel corso del film Giuditta compie un intenso percorso interiore, tanto che, quando scopre la verità, è ormai diventata una donna nuova, realizzando che l’amore va guardato da tante angolazioni e che quindi il suo è un angolo come un altro, che non può essere messo al centro, bensì va condiviso in egual misura con gli altri. Perché ognuno di noi è amato, se fortunato, da più persone, e ognuno di noi vorrebbe predicare il proprio amore come il migliore possibile. Tutto ciò fa di Giuditta un personaggio negativo nella prima parte dell’opera: in fondo è in mano a lei la problematicità dell’amore, perché, se gli altri vivono in modo netto e chiaro le loro relazione, per lei (che invece sovrappone erotismo con amore fraterno e materno, creando pathos e confusione) invece non è così. Alla fine però tutti ce la faranno, e ognuno troverà il proprio amore nella giusta misura in cui deve esistere: durante il percorso del film, Nikolas e Cicci dimostreranno infatti che sanno farsi da parte per dare importanza alle persone che in quel momento meritano maggior attenzione. Loro sono sicuri del loro amore e le parole di Nikolas lo dimostreranno: “Tu sei il padre, io sono solo un intruso…”.

INTERVISTA AL REGISTA PASQUALE MARRAZZO

Da sinistra, Pietro Pignatelli, il regista Paquale Marrazzo, Lucia Vasini e Stefano Chiodaroli

Nel suo tocco intimista e nella sua delicata ironia, per certi versi questo film può ricordare le commedie francesi. Personalmente, come definiresti quest’opera?
È una domanda che mi viene rivolta spesso ed è ricorrente sentirmi dire che è una commedia molto francese. Chissà, forse nelle mie vite precedenti c’è stato qualche contatto con la Francia. Personalmente, ho cercato di allontanarmi un po’ dalle dinamiche della commedia italiana, che ha già avuto il suo tempo d’oro. Realizzare qualcosa che assomigliasse alle grandi commedie mi sembrava inopportuno, anche perché i tempi e l’Italia sono cambiati e i problemi sono diversi. Perciò ho cercato di fare qualcosa di diverso, di dare una sferzata alle convenzioni del genere, per far sì che non fosse solo una commedia fine a se stessa. Quindi ho cercato di mettere insieme più livelli di storia e soprattutto più modalità di racconto per cercare di farli comunicare tra loro, e il risultato è questo film.

Cosa ti ha spinto a raccontare questa storia?
Innanzitutto mi appartiene: questo è il mio mondo, quindi mi è venuto piuttosto facile, almeno per quanto riguarda il desiderio di realizzare il film. In seguito, al momento di concretizzare il tutto, mi sono dovuto scontrare invece con delle logiche tutt’altro che semplici, soprattutto sul piano della distribuzione e delle conseguenti modalità con cui portarla avanti. Inoltre, quando si parla di questi argomenti è sempre difficile incontrare produttori che vogliano mettersi in gioco; anche per questo ho deciso di muovermi in maniera indipendente, con l’ausilio di tutti gli artisti che vi hanno partecipato.

Il tema centrale è attuale e delicato. Come nasce l’idea di raccontarlo in forma di commedia?
Affrontando un tema come questo in modo serioso si rischia di scivolare in luoghi comuni o pietismi che non mi piacciono molto, anche perché, parlando chiaro, l’amore non dovrebbe essere sottoposto a una richiesta di riconoscimento, ma dovrebbe essere qualcosa di già riconosciuto. Non si dovrebbe chiedere il permesso per amare qualcuno dello stesso sesso, e non ci dovrebbero essere leggi che regolano la modalità di amare qualcuno. In definitiva, si parla di amore, non di omicidio, né di qualcosa che di per sé è illegale tanto da dover chiedere il permesso per farlo diventare legittimo, altrimenti il tutto diventa una criminalizzazione dell’amore, concetto che mi disturba molto. Quindi, siccome quando si parla di questi temi si scivola sempre in questo tipo di modalità di racconto, per evitarlo ho scelto appunto la commedia, che tra l’altro un po’ mi appartiene. Essendo napoletano mi è facile ironizzare sulle cose: è una modalità propria anche della nostra lingua cercare mediazione per raccontare o dire qualcosa.

Il film affronta il tema del pregiudizio da un punto di vista più intimo, ovvero quello familiare: a tuo parere, specialmente in un contesto come quello italiano attuale, come e in che misura i preconcetti sono ancora presenti e diffusi nella società?
I preconcetti sono purtroppo molto forti. Basti pensare che in molti, a partire dall’attuale governo, cercano ancora di battersi affinché le unioni civili non siano riconosciute. Osservando che la maggioranza degli italiani ha votato per queste persone viene da pensare che almeno il 50% della popolazione ha ancora dei pregiudizi verso una coppia omosessuale e, in misura ancora maggiore, verso la possibilità che una coppia dello stesso sesso possa crescere un figlio. Per molte persone l’omosessualità è sesso, non è vita, e la sessualità prevale su qualsiasi aspetto. Anche questo spinge ad associare l’omosessuale a tante declinazioni negative, per esempio alla pedofilia, mentre si tratta di persone come altre che conducono una vita normale, dove la prima preoccupazione non è il sesso bensì la sopravvivenza, il modo di vivere, l’incontrarsi con le persone, l’essere visti come gli altri. Ancora si parla di diversità, ma diverso da chi o cosa? In definitiva, noi, come uomini, persone, siamo tutti differenti: nessuno individuo è uguale ad un altro. Personalmente è un concetto che trovo davvero profondamente razzista, perché la diversità appartiene a un individuo, quindi cercare nella differenza un’ulteriore diversità cela moltissimi preconcetti. Ed è una cosa che si verifica non solo nei ceti più bassi, ma anche nelle fasce culturali più alte: alcuni intellettuali di un certo tipo sono ancora pronti ad additare un omosessuale, o magari una donna che decide di abortire. Purtroppo si sta ancora discutendo sulla libertà dell’individuo quando invece dovrebbe essere soltanto compresa nella sua umana naturalezza. È una cosa assurda pensare che alcune persone regolamentino la vita di altre. Ma chi sono questi individui per poter decidere delle personali modalità di vita di altre persone?

Il film è animato da un cast variegato: da Stefano Chiodaroli (in un ruolo differente rispetto a quelli per cui è principalmente conosciuto) a Pietro Pignatelli (noto invece per i suoi successi nel musical) fino a Lucia Vasini (a sua volta molto attiva anche sul palcoscenico). Quanto ha contribuito tale versatilità nella scelta e nella direzione degli interpreti?
In realtà è stato un caso: io cercavo attori per fare questo film e ho pensato a Lucia, che ovviamente già conoscevo di fama. Così, ci siamo incontrati ed è nata subito una simpatia: a quel punto la vedevo perfetta per il ruolo che avevo in mente. Così è stato anche con Pietro, e lo stesso è successo con Stefano. È stato un processo abbastanza naturale, nato senza troppe riflessioni. Talvolta quando si vede un attore si pensa “sì, questo è lui”! Così è stato in questo caso, e anche per questo credo che il tutto sia riuscito bene. E di questo sono particolarmente felice.

A chi si rivolge il film in particolare? Quale messaggio si propone di comunicare?
Il film si rivolge a tutti. Ho realizzato una commedia proprio per questo motivo, perché non ci fossero discriminazioni di natura intellettuale, cosa che ritengo molto importante. Quello che mi propongo di dire e comunicare con quest’opera è innanzitutto che l’amore è amore e basta, e che non bisognerebbe discriminare i vari modi di dimostrare questo sentimento. L’importante è che non faccia male a nessuno. Se due persone consenzienti e sane di mente vogliono costruire qualcosa insieme, non ci dovrebbero essere giudizi o preconcetti a contrastare questo semplice gesto che ogni uomo fa quotidianamente, ovvero la ricerca dell’amore.

INTERVISTA AL PROTAGONISTA PIETRO PIGNATELLI

Da sinistra, Stefano Chiodaroli e Pietro Pignatelli in una scena del film

Mentre continui ampiamente a dimostrare il tuo talento di interprete completo attraverso un’attività teatrale intensa e di successo, ora confermi tale già nota versatilità tornando ad impegnarti anche davanti alla macchina da presa. Cosa ti ha convinto a compiere questa nuova incursione nel cinema?
Innanzitutto, ringrazio per la stima e la fiducia! Effettivamente mi reputo molto fortunato perché da ben ventidue anni ho questo grande privilegio di poter stare sulle tavole di un palcoscenico, di poter interpretare più personaggi, specialmente per quanto riguarda il teatro e il musical. Per quanto riguarda i film, devo dire che ho avuto poche esperienze davanti alla macchina da presa: qualche anno fa recitai (sempre come protagonista) in un film intitolato Il Sogno nel Casello, poi ci fu un cortometraggio con Leo Gullotta ed Enzo Cannavale, e ora arriva questa grande occasione, nuovamente come protagonista. Diciamo che non mi aspettavo di recitare in questo film. Partecipai semplicemente ad un casting dove mi chiedevano di improvvisare un personaggio omosessuale e io lo feci senza esagerare, per evitare i famosi cliché, e questo piacque al regista Pasquale Marrazzo che mi scritturò.

Personalmente, com’è stato questa volta passare dal palcoscenico allo schermo? Il cambio di mezzo e linguaggio espressivo ha comportato un cambio di approccio o di metodo?
L’intera avventura di questo film è stata molto interessante. Mi sono divertito tantissimo a girarlo perché c’era sempre un bellissimo clima sul set e anche perché, siccome io considero il nostro lavoro come un continuo “work in progress”, ho imparato tantissime cose. Tra i fattori che mi hanno spinto a parteciparvi c’è infatti sicuramente questa mia fame di esperienze artistiche. A me piace curiosare in ogni ambito, e quello cinematografico, che ho frequentato poco, resta ancora un piatto appetibile, un mondo da scoprire. Inoltre, vedermi sul grande schermo è una grande esperienza, un indicatore di verifica importantissimo: io che spesso sono molto critico con me stesso, tanto da cercare anche in teatro il particolare e il pelo nell’uovo, in quest’occasione, con i primi piani di Pasquale Marrazzo, ho potuto vedere anche i peli del naso! In questo modo riesci a capire meglio i tuoi errori e comprendere se hai fatto bene; a volte senti di meritare una pacca sulla spalla, altre volte meno. In ogni caso, credo che, anche dal punto di vista narcisistico, sia molto bello potersi guardare al cinema e sentire il pubblico che si diverte, che è partecipe. Diventa uno spettacolo nello spettacolo, perché io, seduto in sala, guardo me che guardo il film in cui recito, quindi è un vedere e rivedersi anche attraverso gli occhi del pubblico, cosa molto interessante.

Il film è una commedia sviluppata con ironia e dolcezza, elementi che caratterizzano anche il tuo personaggio. Qual è stata la chiave per interpretare al meglio questo ruolo?
Recitare in un ruolo come quello di Nikolas, personaggio abbastanza particolare ed eccentrico, è stato davvero interessante. Nell’interpretarlo ha giovato innanzitutto quella misura citata in precedenza che, costantemente richiesta anche dal regista, mi ha aiutato molto ad asciugare e pulire il personaggio senza renderlo una macchietta. Alla fine, credo che il risultato sia buono, anche se io ritengo sempre che la riuscita di un personaggio sia dovuta non solo all’attore, ma a tutti, anche agli altri interpreti e in primis, ovviamente, al regista.

Com’è stato condividere la scena con Stefano Chiodaroli e Lucia Vasini?
Lavorare con loro è stata una bellissima esperienza. Il set era una festa quotidiana e ci siamo divertiti tantissimo; questo è stato anche merito del regista che ha mantenuto un clima familiare e fondamentale per costruire gli intrecci che servivano alla buona riuscita del film. Ho conosciuto persone disponibili e, soprattutto, con una grande passione per quello che fanno, cosa che reputo fondamentale!

Il film affronta un tema delicato e attuale: a tuo parere, in che misura il pregiudizio influisce ancora oggi sulla realtà in cui viviamo?
Il tema è in effetti delicato. Spesso si sente dire: «Basta! Nel 2018 ancora si parla di queste cose?». Io rispondo che invece bisogna parlarne, perché sentiamo e vediamo quotidianamente cose assurde nei confronti degli omosessuali. Non si può e non si deve smettere di alimentare questa discussione, ma bisogna continuare a parlare dell’argomento perché l’omofobia è ancora una piaga sociale. Anche per questo, la speranza è che il film abbia visibilità e che venga capito e apprezzato, in quanto è una commedia delicata che parla d’amore e al giorno d’oggi, con tutte le bruttezze che viviamo anche indirettamente, è giusto e importante continuare a parlarne. Personalmente, mi auguro che il futuro mi riservi nuove sorprese anche in questo ambito.

Una domanda più generale: tra musical e teatro di prosa, in quale contesto espressivo ti trovi più a tuo agio? E in tutto ciò, quanto influisce invece il cinema sul tuo percorso artistico?
Per come si è svolto il mio percorso artistico, che mi ha dato molto di più sul palcoscenico, tra cinema e teatro personalmente prediligo quest’ultimo, ma anche il grande schermo ha tantissimi lati positivi, ed è sempre una bella un’esperienza. Scegliere invece tra musical e prosa per me sarebbe come dover dire a chi voglio più bene tra mamma e papà! Sono due ambiti diversi ma in entrambi posso esprimermi, e quando accade mi sento bene. Quindi mi piacerebbe continuare a lavorare su entrambi i fronti: sono due esperienze diverse dove posso comunque mettere la mia energia, la mia passione e la mia necessità di esprimermi. Spero che il futuro mi riservi altre belle sorprese come questa, cioè la possibilità di continuare a lavorare in teatro e al contempo strizzare ogni tanto l’occhio al cinema.

Progetti in vista? Dove potremo ritrovarti in futuro?
Al momento sto lavorando alle prove e all’allestimento di un nuovo musical, che in realtà identificherei piuttosto come un’opera popolare. E’ uno spettacolo intitolato “Musicanti”, con le canzoni del grande, mitico Pino Daniele; avremo sul palco la band che lo seguì negli ultimi tour, cosa che mi emoziona particolarmente. Da buon napoletano, è per me un grande onere e onore poter cantare le sue canzoni e avere la possibilità di far scoprire a quei pochi che ancora non le conoscono le poesie che ha realizzato in musica. E in tutto ciò, finalmente, una buona dose di blues potrà invadere i teatri italiani!

Per le interviste e i materiali si ringraziano Dante Cerati e Radio Laghi InBlu.

IL TRAILER DEL FILM

Prodotto indipendente realizzato da NOI Film, Te lo Dico Pianissimo è in sala dal 13 settembre, distribuito da EasyCinema.

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