Revenant – Redivivo

Revenant – Redivivo

- in Film 2015, Recensioni
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Durante una spedizione in un territorio incontaminato e sconosciuto, l’esploratore Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) viene aggredito da un orso, quindi abbandonato dagli altri compagni di caccia. Ma, nonostante le ferite mortali e la solitudine, Glass riesce a non soccombere. Grazie alla sua forte determinazione e all’amore che nutre per sua moglie, una indiana d’America, percorrerà oltre trecento chilometri in un viaggio simile a un’odissea, attraverso il grande e selvaggio West, per scovare l’uomo che lo ha tradito, John Fitzgerald (Tom Hardy). Il suo inseguimento implacabile diventa un’epopea che sfida il tempo e le avversità, alimentata dal desiderio di tornare a casa e ottenere la meritata giustizia.

Tratto con molte libertà dal romanzo omonimo di Michael Punke, a sua volta basato su una storia vera (già portata al cinema nel 1971 nel discreto Uomo bianco, va’ col tuo Dio), il sesto film di Alejandro González Iñárritu (che l’ha anche co-sceneggiato insieme a Mark L. Smith) rappresenta innanzitutto una nuova tappa del già stimolante itinerario del regista messicano, capace di passare con ammirevole dimestichezza dalle nevrosi del teatro-vita di Birdman (per cui vinse l’Oscar) agli spazi sterminati di questa robusta storia di trapper nella natura selvaggia, il tutto restando comunque per certi versi coerente con il suo repertorio tematico (specie in quell’esplorazione della varietà di sofferenze presente fin dalle sue prime opere scritte da Guillermo Arriaga). La materia è quella di un western crepuscolare in cui, combinando alcuni temi fondativi del genere con l’archetipo omerico del viaggio, i filoni di survival e revenge movie confluiscono con efficacia in un’amara riflessione sulla sanguinosa follia dell’imperialismo statunitense erede del colonialismo (il sorprendente rapporto tra i wasp e i nativi), ma nell’assecondarne il radicato classicismo l’autore affronta il genere di petto per attraversarlo controcorrente, trasfigurandone le componenti attraverso un’ardita esasperazione visionaria con cui dà l’impressone di voler puntare ad una sorta di opera totale: infatti, con questo film fragoroso eppure sottile Iñárritu pare quasi aspirare ad una sorta di temerario compendio tra un delirio lisergico alla Apocalypse Now e un’avvolgente cosmogonia alla Malick (soprattutto The Tree of Life, ma anche The New World), guardando inoltre alla turbinosa elegia di Kurosawa (con Dersu Uzala come probabile riferimento) anche per quanto riguarda la rappresentazione del rapporto tra uomo e natura, in cui però (senza scomodare l’esemplare misticismo di Tarkovskij) sembra piuttosto attingere principalmente dal lirismo selvaggio di Herzog (non solo Aguirre, Furore di Dio, ma anche Fitzcarraldo, con cui peraltro condivide una travagliata realizzazione). Il risultato è ovviamente solo in parte all’altezza di tali smisurate ambizioni, ma se da una parte il suo impetuoso slancio stilistico (l’alternanza tra piani-sequenza e grandangoli, riprese con macchina a mano ed avvolgenti panoramiche) può risultare talvolta fin troppo enfatico, ostentato e quindi a tratti estetizzante, dall’altra tale registro espressivo si rivela nel complesso adeguato perché mirato ad una più spettacolare trasfigurazione visionaria del denso ed avvolgente naturalismo della rappresentazione: infatti, nella sua alternanza tra passaggi di estrema crudezza e squarci sublimi, il suo iperrealismo di fondo va al di là del verismo mimetico, aprendo a parentesi oniriche ed impressioni metafisiche per puntare ad una sintesi sincretica tra laico panteismo e linguaggio biblico della salvazione, con il Cosmo come espressione di un ordine divino in cui il movimento della vita è ciclico come quella spirale che, incisa non a caso su una borraccia a livello del cuore, diventa uno dei principali simboli ricorrenti, assurgendo anche all’eterna successione di nascita e morte; così, il respiro epico acquisisce infatti quel tono di lirica solennità piuttosto confacente alla parabola del calvario di un eroe lacerato nel corpo e nell’animo, il cui destino da nobile diviene tragico e la cui vendetta coincide anche con un riscatto spirituale da raggiungere attraverso una Natura che, nell’incontro e nel contrasto con la fragilità umana, è silenziosa imparzialità, maestosa indifferenza e quotidiana lotta per la sopravvivenza. In tutto ciò, pur con alcuni passaggi forse non del tutto plausibili e non senza qualche prolissità nei suoi 150 minuti di durata, tale tensione drammatica e metaforica si mantiene comunque vibrante e suggestiva, ben veicolata da un’alta tenuta stilistica del tutto lampante in alcune sequenze degne di nota come la tortuosa battaglia iniziale, il sanguinoso finale o la scena cruciale dell’aggressione dell’orso (realizzato in digitale), davvero impressionante per credibilità ed efficacia. Oltre alla rarefatta e minimalista colonna musicale di Ryuichi Sakamoto e Alva Noto (con musiche addizionali di Bryce Dessner), che con contrastante raffinatezza risuona negli innevati spazi sconfinati commentando i dolorosi silenzi dell’essenziale sceneggiatura, a tale risultato contribuiscono con cruciale rilevanza anche l’innegabile magnificenza figurativa (fotografia dell’infallibile Emmanuel Lubezki il quale, affidandosi esclusivamente alla luce naturale, attinge con grande maestria alla pittura della frontiera) e ovviamente l’interpretazione di Leonardo DiCaprio: ben supportato dall’ottimo Tom Hardy (decisamente funzionale nel ruolo di truce e cinico antagonista), l’amatissimo protagonista centra una performance estrema e viscerale (molto fisica e quasi muta, davvero ammirevole per dedizione e tecnica di immedesimazione) che non a caso gli ha fruttato il tanto agognato Oscar come miglior attore; in aggiunta, su un totale di ben 12 candidature (tra cui miglior film e miglior attore non protagonista al succitato Hardy), la pellicola ha ottenuto altre due importanti statuette, registrando peraltro un clamoroso doppio record: miglior fotografia al grande Lubezki (che dopo le vittorie del 2014 e del 2015 diventa il primo in assoluto ad aggiudicarsi tre premi consecutivi nella relativa categoria) e miglior regia a Inarritu, che bissando a sua volta il trionfo ottenuto l’anno precedente con Birdman diventa quindi il terzo regista (dopo John Ford e Joseph L. Mankiewicz) a realizzare tale straordinaria doppietta.

Revenant - Redivivo
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Summary
“The Revenant”; di Alejandro González Iñárritu; con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Will Poulter, Domhnall Gleeson, Lukas Haas, Paul Anderson, Brendan Fletcher, Brad Carter, Kristoffer Joner; USA, 2015; durata: 156’.
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