Leviathan

Leviathan

- in Film 2014, Recensioni
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Il meccanico ed ex militare Kolia (Alekseï Serebryakov) vive in un villaggio vicino al Mar di Barents, nel nord della Russia, dove possiede un’officina collocata proprio accanto alla casa dove vive con la sua giovane moglie Lilya (Elena Lyadova) e il figlio adolescente Roma (Sergey Pokhodaev), nato da un precedente matrimonio. Quando il malavitoso sindaco del villaggio Vadim Shelevuyat (Roman Madyanov) mette in atto un tentativo di esproprio dei suoi beni con evidenti fini speculativi, l’uomo decide di imporsi per non perdere tutto ciò che possiede. Inizialmente, l’intervento dell’avvocato Dmitri (Vladimir Vdovichenkov), suo vecchio compagno d’armi arrivato da Mosca per supportarlo, sembra poter invertire il corso degli eventi, ma ben presto contro Kolia si scatena il potere assoluto ed insormontabile di una capillare burocrazia corrotta che finirà per trascinarlo in un progressivo e devastante calvario.

Celebre figura biblica citata specialmente nel Libro di Giobbe, il Leviatano è un enorme e temibile mostro marino che rappresenta il caos primordiale e le forze avverse alla potenza divina; nel 1651 il massimo teorico dell’assolutismo Thomas Hobbes gli intitolò il suo testo più conosciuto, ovvero il celebre trattato di antropologia politica in cui il filosofo inglese accostò la forza devastante della creatura al potere assoluto dello Stato. In questo quarto film del regista siberiano Andrej Zvjagincev (Leone d’Oro a Venezia 2003 per il suo film d’esordio “Il Ritorno”), tali riferimenti si applicano ad una rappresentazione sconfortante della Russia odierna, cosparsa di rovine dell’Unione Sovietica e assalita dall’ascesa di una nuova dominazione, un paese schiacciato da un degrado morale e sociale rappresentato e costituito dalle truci tinte di un sistema totalitario a fronte del quale i cittadini, oppressi senza appello dallo Stato e dalle istituzioni (non solo il sindaco invischiato nella malavita, ma anche un ipocrita clero ortodosso di restaurata influenza), possono solo soccombere. Con un approccio di grande suggestione che, attraverso un’accorta calibrazione di toni progressivamente visionari e fortemente simbolici, all’azione vera e propria preferisce invece la reazione (i lenti movimenti di macchina, le inquadrature composite e le dilatazioni temporali, come a voler sottolineare l’importanza delle cause e delle conseguenze ancor prima dell’autentico compimento degli eventi), il regista ne traccia un doloroso apologo senza speranza attraverso il destino del protagonista Kolia, il cui sventurato itinerario richiama proprio le traversie di Giobbe: erede di una lunga stirpe di perseguitati dall’ingiustizia (altra fonte è la novella “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist), su di lui si abbatte infatti senza motivo una catena di disgrazie immeritate (l’esproprio, il tradimento delle persone care, la perdita della libertà), che tra l’altro nonostante la sua difficile indole sanguigna ed incostante lo rendono un personaggio per cui si parteggia con solidale adesione. Non c’è aspettativa del futuro né fiducia nella provvidenza divina in questo solenne racconto di radicale pessimismo, in cui lo sconforto è affogato nella vodka (ricorrente leitmotiv quasi tragicomico) e reso attraverso le immagini evocative di abitazioni fatiscenti, relitti di navi, ombre del comunismo ed enormi scheletri di balene dalla potente valenza allegorica, mentre sullo sfondo la natura assiste al dramma umano con solenne ed immobile indifferenza: attorno all’abitazione del protagonista, nido da salvare in quanto prezioso rifugio ultimo in cui ripararsi dalla brutalità del mondo, la desolazione del paesaggio (efficace fotografia di Mikhail Krichman) corrisponde al crollo dello stato di diritto, esprimendo una condizione umana alla deriva attraverso un contrasto tra uomo ed ambiente che esacerba il disagio e crea un senso di solitaria devastazione che non lascia spazio ad alcun impulso di redenzione, compensazione o riscatto. Eppure, in tutto ciò, l’autore pare comunque voler sospendere il giudizio morale, elevando piuttosto la vicenda ad una più alta e sfaccettata dimensione metafisica (ben sottolineata dalle musiche di Philip Glass) per alludere ad importanti questioni umane come l’imperscrutabile ineluttabilità del destino, il silenzio divino, l’illusione della giustizia (l’inutile intervento di Dmitri, la lunga quanto veloce lettura delle sentenze), il vuoto silenzioso dei sentimenti che stratificano i rancori e amplificano la sofferenza (il tradimento di Lilya, il malessere di Roma, l’orgoglio ferito di Kolia); di rilevanza purtroppo sempre attuale anche perché drammaticamente diffuse a livello globale, tali pregnanti problematiche si snodano attorno ad un triangolo sentimentale contrastato da ingiustizie e fatalità, in una cupa parabola naturalistica di impatto quasi destabilizzante su quella lotta ad un oppressivo potere burocratico che accomuna individui di ogni epoca e società, tormentati dal dilemma fra il resistere per restare liberi e il rassegnarsi ad una vita da schiavi; non a caso, tra le primarie fondi d’ispirazione c’è anche la vera storia di un saldatore del Colorado che, tormentato dai nuovi proprietari del terreno su cui sorgeva la sua officina, decise di ricorrere a misure estremi sfociate poi in tragiche conseguenze: una vicenda di dolorosa realtà che, in quanto verificatasi in un contesto tanto lontano quanto sorprendentemente affine, rimarca ulteriormente l’universalità di una condizione umana in continua afflizione perché sospesa nell’eterno conflitto tra individuo e autorità. Pesantemente attaccato dal governo di Mosca, lo stesso che prima lo aveva sovvenzionato con fondi pubblici e poi ne ha sostenuto la meritata candidatura all’Oscar come miglior film straniero, in patria il film ha scatenato le ire della Chiesa e delle istituzioni, che lo hanno censurato per “turpiloquio” definendolo inoltre un “manifesto anti russo confezionato per l’occidente”: un’ulteriore dimostrazione dell’efficace riuscita di un film potente e coraggioso, che non a caso nel resto del mondo ha ricevuto numerosi consensi internazionali, tra cui il premio a Cannes per la migliore sceneggiatura (scritta dal regista con Oleg Negin) e il Golden Globe come miglior film straniero (per la prima volta assegnato ad un film russo).

Leviathan
Leviathan
Summary
“Leviafan”; di Andrej Zvjagincev ; con Alekseï Serebryakov, Elena Lyadova, Vladimir Vdovichenkov, Roman Madyanov, Anna Ukolova, Sergey Pokhodaev; drammatico; Russia, 2014; durata: 140’.
80 %
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