Il Racconto dei Racconti – Tale of Tales

Il Racconto dei Racconti – Tale of Tales

- in Film 2015, Recensioni
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Primo segmento (“La Regina”, tratto dal racconto “La Cerva Fatata”): la Regina di Selvascura (Salma Hayek) è disperata perché non riesce ad avere un figlio, e a nulla valgono i tentativi del Re (John C. Reilly) di distrarla, invitando a corte artisti di strada e circensi. Una notte, un negromante suggerisce loro una soluzione assai rischiosa: mangiando il cuore di un drago marino, cucinato da una vergine, finalmente la Regina resterà incinta. Il Re riesce nell’impresa di uccidere il drago, ma a costo della vita: la Regina, però, può mettere in pratica quanto consigliato dal mago, e dà così alla luce il figlio tanto desiderato, Elias (Christian Lees). Negli stessi istanti, anche un altro bambino viene al mondo: è Jonah (Jonah Lees), il figlio della sguattera che ha cucinato per la regina il cuore del drago, rimasta incinta aspirando i vapori dal pentolone. Elias e Jonah crescono, identici come gemelli, uniti da un legame profondissimo che la regina cerca però in ogni modo di spezzare. Secondo segmento (“Le Due Vecchie”, da “La Vecchia Scortecata”): sempre alla ricerca di nuovi piaceri, il Re di Roccaforte (Vincent Cassel) ode una voce melodiosa provenire da una misera casetta sotto le mura del castello e, immaginando possa appartenere a una bellissima giovane, subito si invaghisce: così invoca la fanciulla, le chiede invano di mostrarsi e le invia un regalo prezioso, convinto di ottenere presto i suoi favori. Il Re non sa però che in quella casa non vive una giovane donna, bensì due anziane sorelle lavandaie, ovvero l’ingenua Imma (Shirley Henderson), ingenua e dalla voce virginale, e la scaltra Dora (Hayley Carmichael), la quale invece vorrebbe approfittare dell’infatuazione del sovrano. La terza storia (“La Pulce”, tratto da “Lo Polece”) vede il Re di Altomonte (Toby Jones) catturare una pulce e farne in segreto il proprio animale domestico: le parla, la accudisce e nel frattempo, nutrendola a sangue e bistecche, la vede crescere a dismisura fino a raggiungere le dimensioni di un maiale. Alla morte dell’enorme insetto, il Re, addolorato, lo fa scuoiare e poi ha un’idea: concederà la mano di sua figlia Viola (Bebe Cave), che scalpita per lasciare il castello, a chi saprà riconoscere a quale animale appartenga quella pelle. Il sovrano pensa che nessuno riuscirà nell’impresa, e che in questo modo la figlia resterà per sempre al suo fianco: i pretendenti, infatti, falliscono tutti, uno dopo l’altro. Questo almeno finché non si fa avanti un Orco che, con il suo fiuto infallibile, sorprendentemente riesce infatti ad indovinare che si tratta proprio della pelle di una pulce. Terrorizzata, la giovane principessa chiede quindi al padre di salvarla dall’infelice destino che la attende, ma siccome l’editto del Re non ammette deroghe, Viola si trova quindi costretta a partire con il mostro.

Per il suo primo film in lingua inglese, Matteo Garrone (anche co-sceneggiatore insieme a Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso) ha scelto tre delle cinquanta fiabe in lingua napoletana contenute nella raccolta di Giambattista Basile “Lo Cunto de li Cunti” (pubblicata postuma tra il 1634 e il 1636) per trasporle piuttosto liberamente in un film dal respiro internazionale (per la prima volta il regista partenopeo figura con audacia anche tra i produttori) a cui però sarebbe riduttivo applicare una definizione solitamente riservata alle più diffuse e canoniche pellicole di genere. Perché, anche al di là delle comunque presenti relazioni filologiche con il testo d’origine, classificare Il Racconto dei Racconti (il primo dei tre titoli italiani presentati in concorso a Cannes 2015) come un fantasy con venature horror può forse aiutare ad inquadrare l’approccio ma comunque non a comprendere appieno le suggestioni e gli intenti di un film in realtà ricco di ambivalenze e funambolici contrappunti che, agendo in maniera uguale e contraria alle opere precedenti dell’autore, ne ribalta la prospettiva per restare al contempo perfettamente in linea con il suo itinerario: infatti, se nei film precedenti trasfigurava la realtà delle situazioni fino a spingerle ai limiti di una dimensione quasi fantastica (dagli orchi de L’Imbalsamatore e Primo Amore al regno maligno di Gomorra, fino alla carrozza principesca di Reality), questa volta Garrone parte invece da uno spunto puramente fiabesco per poi ricondurne argomenti e suggestioni su un piano realistico e concreto. Tornando quindi a quella cruda essenza della fiaba europea non ancora edulcorata dalle più celebri versioni di Grimm, Andersen e Perrault, l’autore scava nel passato di una cultura collettiva da un punto di vista antropologico per cogliere pulsioni ed ossessioni odierne celate in un universo fantastico che nasce proprio dall’inconscio di un’umanità più autentica e tangibile, in costante e conflittuale connessione con un mondo animale che riporta le pulsioni del personaggi al loro più intimo lato bestiale (non a caso la trasmutazione ha qui un ruolo centrale, sottolineando ancora una volta l’ossessione del regista per il corpo e i suoi cambiamenti): così intriso di precisi rimandi letterari, efficaci suggestioni pittoriche (dai preraffaelliti fino ai “Capricci” di Goya) e più o meno espliciti richiami cinematografici (dal primo Mario Bava de La Maschera del Demonio al romantico strazio del Pinocchio di Comencini, da alcune rapsodiche ambiguità felliniane fino a certi visionari iperrealismi pasoliniani di antitetica concezione), in tale sottotesto allusivo s’intrecciano infatti problematiche umane tanto primitive quanto contemporanee come il desiderio di maternità e la brama di giovinezza (con tanto di teorizzazioni ante litteram della fecondazione assistita e della chirurgia estetica), ma anche le difficoltà da affrontare per diventare adulti e la tendenza da parte di un potere maschile a voler conformare l’universo femminile a scomode convenzioni o discutibili tradizioni (non a caso, un elemento comune nelle tre storie è il cruciale rilievo delle centrali figure di donna). Perché quello rappresentato da Garrone (con coerenza al materiale originale) è infatti un mondo incantato e sospeso nel tempo eppure profondamente radicato in un contesto di vivida quanto straniante verità (contrasto efficacemente sottolineato anche dal ricorso a funzionali scenografie in location reali che nel loro fantasioso barocchismo potrebbero sembrare ricreate in studio), le cui degenerazioni fantastiche e digressioni grottesche rispecchiano autentiche turbe e contraddizioni della società del nostro tempo. E allora, in tutto ciò poco importa che la struttura narrativa non punti a legare fluidamente le tre storie con totale omogeneità, o che il ritmo e il coinvolgimento siano a tratti rallentati da alcuni passaggi dimostrativi peraltro di comunque mirato effetto: quello che conta davvero è piuttosto che risulti efficace tale suddetta operazione di contaminazione e in ciò si suggerisca al contempo il nesso tra i due mondi, armonizzato dal calzante ricorso alla lingua inglese (sostenuto da un funzionale cast internazionale tra cui spiccano Salma Hayek e Toby Jones, ma anche la sorprendente Bebe Cave) e uniformato dalle musiche del grande Alexandre Desplat che, insieme alla vivida fotografia di Peter Suschitzky (assiduo collaboratore di Cronenberg, altro autore spesso interessato alle metamorfosi e alla coscienza), contribuiscono a rendere al meglio una dimensione magica non convenzionale veicolata da un apparato visivo ricercato ma non formalistico, legato ad un gusto artigianale libero dagli artifici del digitale tipici delle produzioni hollywoodiane. Così, tra immagini evocative, visionarie intuizioni visive e momenti di meraviglia (come ad esempio la sequenza subacquea o la scena della regina persa in una sorta di “labirinto della mente”), l’opera di Garrone offre una visione personale e conturbante che nei suoi contrappunti, nelle sue sospensioni incantate e nei suoi sottotesti metaforici sovrappone infatti macabro e delicato, ordinario e straordinario, incanto e verità per oscillare in bilico tra opposti forse inconciliabili eppure in un certo modo complementari, proprio come in quel momento di funambolismo che può assurgere ancora una volta al teso equilibrio di una precaria condizione umana costantemente sospesa tra vita e morte, artificio e autenticità, illusione e disincanto, reale e fantastico.

Il Racconto dei Racconti - Tale of Tales
Il Racconto dei Racconti - Tale of Tales
Summary
id.; di Matteo Garrone; con Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones, John C. Reilly, Shirley Henderson, Stacy Martin, Bebe Cave, Hayley Carmichael, Christian Lees, John Lees, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini, Guillaume Delaunay; fantastico; Italia/ Francia/ G. B., 2015; durata: 125’.
70 %
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