Andrej Rublëv

Andrej Rublëv

Sullo sfondo della Russia messa a ferro e fuoco dalle invasioni asiatiche, attraverso otto episodi che coprono un arco di tempo tra il 1400 e il 1423 (intitolati “Il buffone”, “Teofane il Greco”, “La passione secondo Andrej”, “La festa”, “Il giudizio universale”, “La scorreria”, “Il silenzio” e “La campana”) si ripercorre la vita del monaco e artista Andrej Rublëv (Anatolij Solonicyn), venerato come santo dalla Chiesa ortodossa e considerato uno dei pittori di icone più importanti di sempre.

Per rievocarne l’enigmatica esistenza (di cui poco si conosce), al suo secondo lungometraggio il grande autore sovietico Tarkovskij rifiuta i canoni del racconto biografico e il realismo della narrazione storica per realizzare piuttosto un complesso mosaico sensoriale sviluppato come un’allusiva e poetica epopea in forma di maestoso e personale affresco del Medioevo russo composto appunto da otto grandi capitoli seguiti da un sentito epilogo a colori e preceduti da un prologo non connesso al racconto: un incipit dal tono onirico in cui, attraverso un chiaro rimando al mito di Icaro (il fallito tentativo di volo su un rudimentale aerostato), si introduce il cruciale e profondamente umano conflitto dicotomico tra l’impeto estatico che sospinge verso il cielo (cioè lo slancio espressivo e la sua forte influenza che avvicinano al divino) e l’ebbrezza dionisiaca che invece fa capitolare (ovvero il contraltare di inquietudini e tragedie terrene sempre pronte ad irrompere); se in tale preludio il protagonista è assente, nelle sequenze centrali compare come spettatore o passeggero, mentre nell’ultima (memorabile pagina di cinema, visivamente potentissima e degna di Ėjzenštejn nella sua straordinaria esaltazione in forma epica della pazienza del lavoro umano) resta tacito testimone finché, colpito dall’operato di un giovane artista-artigiano (la cui utopica determinazione scuote la sua passione elucubrante), rompe significativamente il voto di silenzio, per poi scomparire nuovamente nella succitata fase conclusiva in forma di breve elegia documentaristica sulle sue opere; una chiusura che assurge a specchio e conseguenza dell’intero viaggio nel dolore e nell’anima di un tempo e di un luogo, in cui l’autore torna inoltre a inserire nuovamente un altro elemento metaforico ricorrente e a lui caro, ovvero il cavallo, simbolo appunto dello spirito del popolo russo e della sua ansia di libertà, che da rantolante a terra come appariva in principio è qui invece mostrato pascolare sotto la pioggia in riva a un fiume: svanito l’artista, di lui rimane l’opera, capace infatti (anche appunto in relazione con la quiete della natura) di ristabilire il rapporto complementare tra cielo e terra, nonché (come sottolineato dalla finale esplosione di colori) di resistere al triste grigiore della Storia umana, risultato di un doppio percorso spirituale ed artistico cadenzato dal tormento idealista di una passione creativa che infatti (nel suo approccio di una modernità quasi rinascimentale) supera la ragione, la morale e le regole dei tempi; anche per questo, il film (ricco inoltre di richiami allegorici alla realtà contemporanea) resta infatti una delle migliori e più poderose e significative espressioni su schermo della cultura del dissenso artistico nell’Unione Sovietica; non a caso, non piacque alle autorità, che infatti imposero tagli e censure (anche per la presenza di passaggi contenenti violenza e nudità), ritardandone quindi l’uscita in patria: infatti, scritto dall’autore tra il 1962 e il 1964 insieme ad Andrej Končalovskij e girato tra il 1965 e il 1966 con grandi difficoltà (produttive e, appunto, burocratiche), fu distribuito in patria nel 1971 (a due anni dalla presentazione al festival di Cannes, dove ottenne il premio FIPRESCI) in una versione tagliata di venti minuti, in seguito ulteriormente scorciata per il circuito internazionale e solo negli anni Novanta ripristinata per il mercato Home Video alla durata originaria di 205 minuti. Straordinaria vetta nel folgorante itinerario di Tarkovskij, è uno dei più importanti capolavori degli anni Sessanta e resta tra i massimi risultati dell’intera espressione cinematografica sovietica.

Andrej Rublëv
Andrej Rublëv
Summary
id.; di ANDREJ TARKOVSKIJ; con ANATOLI SOLONITSYN, IVAN LAPIKOV, NIKOLAJ GRINKO, ROLAN BYKOV, JURIJ NIKULIN, YURI NAZAROV, NIKOLAI SEREGYEV; drammatico; URSS, 1966; B/N; durata: 186’;
100 %
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