Bohemian Rhapsody

Bohemian Rhapsody

- in Film 2018, Recensioni
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Focalizzato sugli anni precedenti alla leggendaria apparizione dei Queen al concerto Live Aid nel luglio del 1985, è il biopic su Freddie Mercury a cui Hollywood guardava da tempo con grande interesse e di cui già molto si discuteva ancor prima della sua uscita anche per la lavorazione alquanto travagliata: iniziato a svilupparsi nel 2010 (come annunciato da Brian May) con Peter Morgan alla sceneggiatura e Sacha Baron Cohen come protagonista, il progetto ben presto si arenò a causa di varie divergenze creative e difficoltà che causarono l’abbandono da parte dell’attore, dell’originario regista Dexter Fletcher e dei rispettivi sostituti (alcuni anche piuttosto celebri); superati i conseguenti problemi di casting, la produzione riprese solo nel 2016, quando la Fox e il produttore Graham King approvarono la nuova sceneggiatura di Anthony McCarten, scritturando quindi Rami Malek come interprete definitivo e affidando la regia a Bryan Singer, che però durante le riprese fu travolto dalle accuse di molestie, causando così ulteriori rallentamenti: tale situazione portò infatti al suo licenziamento, che però fu in seguito revocato nonostante il film fosse stato nel frattempo completato da Fletcher, richiamato infatti per curare le ultime riprese e la post-produzione eppure alla fine accreditato soltanto come produttore esecutivo.

In tutto ciò, se tali vicissitudini non hanno comunque ridimensionato l’attesa del pubblico per un progetto che su carta restava in effetti certamente allettante, d’altra parte appaiono tuttavia assai immotivate davanti ad un prodotto che (anche al di là delle difficoltà produttive che comunque non devono aver giovato) si rivela invece assai incapace di sfruttare le notevoli potenzialità del soggetto, deludendo quindi purtroppo le aspettative. Perché, anche al di là delle troppe e spesso discutibilmente legittime libertà a livello di ricostruzione, il biopic causa quasi indignazione tanto è romanzato e convenzionalmente stereotipato (anche a livello stilistico) nel delineare il ritratto di un personaggio al contrario notoriamente eccentrico, anticonformista e irrequieto, nonché ricco di quelle scomode e perciò interessanti contraddizioni che qui invece rimangono soltanto accennate: infatti, nel suo insistito rispetto dei canoni hollywoodiani votato a rendere il tutto appetibile ad un pubblico più vasto, lo svolgimento procede appunto tra eccessive quanto improprie licenze o approssimazioni e pavide epurazioni dei pur importanti risvolti più scomodi o trasgressivi (dalla malattia alla sessualità), snaturando così la stratificata personalità del protagonista e non riuscendo a rendere giustizia al conflittuale quanto vulcanico magnetismo che veicolava e alimentava il suo inarrivabile talento. In ciò, sebbene tale processo di reinvenzione edulcorata possa essere imputabile anche alle imposizioni da parte dai restanti membri della band (anch’essi produttori esecutivi nonché detentori dei diritti delle canzoni), il tono con cui il tutto è orchestrato comunque non aiuta ma anzi l’asseconda, facendo infatti spesso scadere la narrazione nell’aneddotica cronachista pronta a sfociare in una fiacca, menzognera e quindi svilente apologia. Il risultato è uno spettacolo piuttosto banale e assai ruffiano che però come tale, nonostante tali limiti riscontrati con veemenza da gran parte della critica che non a caso l’ha accolto con freddezza, è tuttavia riuscito a fare presa non solo sull’industria (racimolando a sorpresa candidature a premi statunitensi anche importanti) ma anche appunto sul grande pubblico, che infatti (come dimostra l’ottimo risultato al botteghino) pare avere molto apprezzato; un successo che probabilmente (al di là dei dubbi su quanto gli estimatori di tale operazione conoscano e comprendano davvero il mito dell’impareggiabile rock band) è da ricondurre soprattutto al perenne richiamo esercitato dalle sempre trascinanti musiche dei Queen, garanzia di un coinvolgimento in effetti a tratti assicurato (raggiungendo il culmine negli energici venti minuti conclusivi che ricostruiscono la succitata esibizione al Live Aid) ma come tale al tempo stesso anche troppo facile. In definitiva, pur contando sull’ottimo protagonista Malek, che nonostante l’improbabile protesi dentaria offre infatti una performance degna di nota nell’efficace unione tra presenza scenica e adesione mimetica (a servizio della voce cavata da un mix tra incisioni originali di Mercury e registrazioni aggiuntive del vocalist Marc Martel), Bohemian Rhapsody resta quindi un film più da ascoltare che da vedere, non riuscendo a rendere giustizia ad un soggetto e una figura che avrebbero appunto meritato una ben più pregnante e autentica celebrazione.

infatti, nel suo insistito rispetto dei canoni hollywoodiani votato a rendere il tutto appetibile ad un pubblico più vasto, lo svolgimento procede appunto tra eccessive quanto improprie licenze o approssimazioni e pavide epurazioni dei risvolti più scomodi o trasgressivi, snaturando così la stratificata personalità del protagonista e non riuscendo a rendere giustizia al conflittuale quanto vulcanico magnetismo che veicolava e alimentava il suo inarrivabile talento. In ciò, sebbene tale processo di reinvenzione edulcorata possa essere imputabile anche alle imposizioni da parte dai restanti membri della band (anch’essi produttori esecutivi nonché detentori dei diritti delle canzoni), il tono con cui il tutto è orchestrato comunque non aiuta ma anzi l’asseconda, facendo infatti spesso scadere la narrazione nell’aneddotica cronachista pronta a sfociare in una fiacca, menzognera e quindi svilente apologia. Il risultato è uno spettacolo piuttosto banale e assai ruffiano che però come tale, nonostante tali limiti riscontrati con veemenza da gran parte della critica che non a caso l’ha accolto con freddezza, è tuttavia riuscito a fare presa non solo sull’industria (racimolando a sorpresa candidature a premi statunitensi anche importanti) ma anche appunto sul grande pubblico, che infatti (come dimostra l’ottimo risultato al botteghino) pare avere molto apprezzato; un successo che probabilmente (al di là dei dubbi su quanto gli estimatori di tale operazione conoscano e comprendano davvero il mito dell’impareggiabile rock band) è da ricondurre soprattutto al perenne richiamo esercitato dalle sempre trascinanti musiche dei Queen, garanzia di un coinvolgimento in effetti assicurato (raggiungendo il culmine negli energici venti minuti conclusivi che ricostruiscono la succitata esibizione al Live Aid) ma come tale al tempo stesso anche troppo facile. In definitiva, pur contando sull’ottimo protagonista Malek, che nonostante l’improbabile protesi dentaria offre infatti una performance degna di nota nell’efficace unione tra presenza scenica e adesione mimetica (a servizio della voce cavata da un mix tra incisioni originali di Mercury e registrazioni aggiuntive del vocalist Marc Martel), Bohemian Rhapsody resta quindi un film più da ascoltare che da vedere, non riuscendo a rendere giustizia ad un soggetto e una figura che avrebbero appunto meritato una ben più pregnante e autentica celebrazione.

Bohemian Rhapsody
Bohemian Rhapsody
Summary
id.; di Bryan Singer; con Rami Malek, Lucy Boyton, Gwilym Lee, Ben Hardy, Joseph Mazzello, Aidan Gillen, Tom Hollander, Allen Leech, Mike Myers; G.B./ USA, 2018; durata: 134'.
40 %
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