Totò, il ricordo a cinquant’anni dalla scomparsa

Totò, il ricordo a cinquant’anni dalla scomparsa

In occasione del cinquantesimo anniversario della morte, ripercorriamo la vita e la carriera del grande Totò: soprannominato “il principe della risata”, è considerato non solo un attore simbolo dello spettacolo italiano, ma anche, in virtù di alcuni ruoli più intensi e drammatici, uno dei maggiori interpreti della storia del teatro e del cinema nostrani, capace di distinguersi inoltre anche al di fuori della recitazione grazie ai suoi ulteriori contributi come drammaturgo, poeta, paroliere e cantante. Nella sua recitazione, la spinta anarcoide del sottoproletariato s’intrecciava con l’identificazione beffarda e caricaturale degli aspetti deteriori della piccola-borghesia, trasfigurandone così la cupezza attraverso il guizzo sintetico della sua celebre maschera che (ottenuta coniugando una naturale inclinazione all’arte mimica e un grande gusto per le acrobazie verbali, entrambe articolate al limite del parossismo) ha rappresentato, sulla scena come nello schermo, gli esiti di un’intera tradizione che parte dalla commedia dell’arte passando per il varietà e l’avanspettacolo. Spesso stroncato da gran parte dei critici dell’epoca, fu ampiamente rivalutato dopo la morte: accostato a comici come Buster Keaton, Charlie Chaplin, i fratelli Marx e Ettore Petrolini, la sua notorietà (a cui contribuirono alcune battete celebri divenute poi perifrasi entrate nel linguaggio comune) si è allargata anche oltre i confini nazionali.

Nato il 15 febbraio 1898 a Napoli, nel popolare Rione Sanità, Totò fu cresciuto dalla madre Anna Clemente, giovane nubile. Il padre era Giuseppe De Curtis, agente teatrale di stirpe nobile, il quale, per tenere segreta la relazione clandestina con la donna, non riconoscerà il figlio (che sarà quindi registrato all’anagrafe come Antonio Clemente) fino al 1921, quando sposò Anna trasferendosi con lei e il figlio a Roma. Vivace nonostante l’indole malinconica, Totò condusse l’infanzia nei vicoli napoletani tra piccoli lavoretti e poco impegno a scuola: studente non molto diligente, terminate le elementari venne iscritto al collegio Cimino, dove però non rimediò la licenza ginnasiale (abbandonando infatti prematuramente gli studi) bensì una deviazione del setto nasale, provocata involontariamente da un precettore tirando scherzosamente di boxe; tale infortunio, a causa del quale il suo viso subì una particolare conformazione del naso e del mento, contribuirà in parte a caratterizzare quella sua “maschera” disarticolata che ben presto cominciò a sfruttare: infatti, attratto dagli spettacoli di varietà e incoraggiato dai primi successi nelle cosiddette “periodiche” (recite improvvisate a carattere familiare), nonostante la madre lo volesse sacerdote già nel 1913 iniziò invece a frequentare piccoli teatri periferici, dove si fa notare esibendosi anche, con lo pseudonimo di “Clerment”, in imitazioni del repertorio del comico Gustavo De Marco, celebre per le sue macchiette caratterizzate dalla capacità di snodarsi. Allo scoppio della prima guerra mondiale, appena diciassettenne si arruolò volontario ma si rivelò non essere un modello di soldato, tanto che, quando seppe che il suo battaglione era destinato in Francia, riuscì a schivare l’invio al fronte simulando un malore. A guerra finita, decise di riprendere l’attività teatrale: gli inizi sono stentati, finché, dopo essersi affacciato alla commedia dell’arte esibendosi in compagnie provvisorie prima a Napoli e poi a Roma (dove come suddetto si trasferì coi genitori), viene finalmente scritturato al teatro Jovinelli, dove ottenne un immediato successo cominciando ad affermarsi nel “variété” italiano. La consacrazione definitiva avviene però con l’esperienza al Teatro Sala Umberto I, dove fin dall’esordio diede il meglio di sé; fu allora che rinnovò il suo corredo teatrale (che fino ad allora consisteva in un solo abito che andava sempre più logorandosi), creandosi un costume composto da una logora bombetta, un tight troppo largo, una camicia lisa col colletto basso, una stringa di scarpe per cravatta, un paio di pantaloni “a saltafossi”, comuni scarpe nere basse e un paio di calze colorate: nacque così l’abito di Totò (il suo nome d’arte era ormai questo), personaggio alla cui definizione concorsero diverse influenze che includono, oltre alle succitate, anche quelle di Petrolini e Chaplin. Tra il 1923 e il 1927 si esibì nei principali caffè-concerto italiani, garantendosi guadagni maggiori e facendosi notare a livello nazionale, mentre in seguito, dopo le esperienze con le due compagnie di Achille Maresca (periodo durante il quale conobbe Mario Castellani, divenuto poi una delle sue “spalle” più apprezzate) tornò nuovamente a Napoli, dove venne scritturato al Teatro Nuovo. Fu allora che conobbe la celebre “chanteuse” Liliana Castagnola, con la quale ebbe una tormentata relazione che si concluse tragicamente con il suicidio della donna. Totò, che si era dimostrato prima geloso e poi oppresso dall’attaccamento morboso che Liliana aveva sviluppato, sentì per molto tempo il peso della responsabilità, tanto da farla seppellire nella cappella di famiglia e poi conservare un suo fazzoletto intriso di rimmel verosimilmente utilizzato per asciugare le lacrime la sera della morte.

Nel 1931 tornò a lavorare con Maresca, che gli affidò una compagnia di rivista con la quale girò l’Italia sfoggiando un repertorio non eccelso ma grazie al quale poteva sbizzarrirsi nei suoi numeri comici tra sketch, macchiette e travestimenti, mentre l’anno successivo diventò capocomico di una propria formazione con la quale, sostenuto da fedeli “spalle” come Guglielmo Inglese, Eduardo Passarelli e il succitato Castellini, si propose nell’avanspettacolo allargando ulteriormente il suo repertorio. Così la sua comicità e la sua maschera si definirono, trovando espressione ideale nell’unione tra una mimica di grande ricchezza e un’aggressiva impetuosità manifestata esternata anche con un mirato uso della parola, parodiando il linguaggio ricercato della borghesia dell’epoca per svelarne i modi e demolirne le apparenze attraverso la caricatura del piccolo-borghese ipocrita e volgare che, privo di condizionamenti sociali, si dimostra attaccato principalmente ai propri istinti primari. Portate in tournée in quasi tutte le province italiane, nel corso del decennio le ormai numerose riviste gli fecero guadagnare il consenso di alcuni intellettuali e soprattutto l’adesione di un pubblico sempre più vasto, permettendogli di conquistare quell’agiatezza che gli permise inoltre di assecondare la sua mai placata ossessione per i titoli nobiliari, accumulandone un lunghissimo elenco che comprese anche quelli ereditati da Francesco Maria Gagliardi Focas, un vecchio principe in miseria da cui nel 1933 si fece infatti adottare. Nello stesso periodo, mentre era in tournée a Firenze incontrò la giovanissima Diana Bandini Rogliani, dalla quale ebbe la figlia Liliana (così chiamata in onore della compianta Castagnola). Totò sposò Diana nel 1935 e con lei e la figlia si trasferì a Roma. A quel tempo Totò era ormai una vedette del teatro di rivista, e così anche il cinema si accorse di lui: scritturato dal produttore Gustavo Lombardo, nel 1937 debuttò infatti al cinema nel 1937 con Fermo con le mani di Gero Zambuto, che però non ebbe un grande successo, come anche il successivo Animali Pazzi del 1939, diretto da Carlo Ludovico Bragaglia. In entrambi i film Totò non appariva peraltro a proprio agio anche perché condizionato dal copione che non lasciava granché spazio alle sue improvvisazioni. Nel frattempo il matrimonio con Diana entrò in crisi e i due si accordarono sulla separazione: non essendoci ancora la possibilità di divorzio, nel 1939 chiesero così lo scioglimento in Ungheria per far sì che fosse poi annullato in Italia, anche se continuarono comunque a vivere insieme fino al 1951. Fino al dopoguerra la sua presenza nel cinema fu secondaria: tra i suoi lavori di quel periodo sono comunque da citare San Giovanni decollato di Alfredo Palermi (apprezzato dalla critica e alla cui sceneggiatura collaborò Cesare Zavattini) e Due cuori fra le belve di Giorgio C. Simonelli, film nel quale si fece però notare, tra gli altri, anche da Giuseppe De Santis, che gli dedicò un sentito elogio. I primi esperimenti cinematografici non stavano comunque ottenendo il successo sperato, e così Totò tornò nel frattempo al teatro, debuttando al teatro Quattro Fontane di Roma insieme a Mario Castellani e Anna Magnani (con i quali instaurò un solido rapporto artistico e umano) nello spettacolo Quando Meno te l’Aspetti di Michele Galdieri, con il quale strinse un fruttuoso sodalizio lungo quasi un decennio. A causa della guerra i tempi erano però difficoltosi anche per il teatro; inoltre, la sua incontrollabile satira di costume provoca ad autori e attori non pochi problemi: le riviste che Totò produsse e interpreto in quegli anni continuavano infatti ad essere, nonostante le censura di regime, ironicamente ed irriverentemente ispirati all’attualità, con la sua maschera che si applicava anche alla distruzione dell’uomo politico. Così, dopo le prime rappresentazioni di Che ti sei messo in testa? (titolo chiaramente riferito agli occupanti tedeschi), per scampare ad un ordine di cattura emesso nei suoi confronti (ed esteso poi anche ai fratelli De Filippo) fu costretto a nascondersi in casa di amici insospettabili fino alla liberazione di Roma, contribuendo nel frattempo con grandi somme a finanziare la Resistenza romana. Dopo la morte del padre, nel 1944 Totò riprese quindi a recitare, dando libero sfogo alla sua comicità rappresentando in maniera dissacrante anche il Duce e Hitler; anche successivamente, le sue riviste dell’epoca proposero infatti una satira della nuova vita politica italiana, pur non senza una vena di nostalgia del passato regime: infatti, ai tempi del referendum del 1946, coerentemente con le sue origini nobiliari, l’attore non aveva nascosto le sue simpatie monarchiche, contribuendo a stabilire una sorta di contrapposizione tra la sua immagine pubblica anarcoide e quella privata di cittadino ricco e riservato nonché iscritto (come si scoprì alla sua morte) alla massoneria. Nel frattempo, oltre a dedicarsi anche alla creazione di canzoni e poesie, tornò a dividersi tra teatro e cinema: dopo Il Ratto delle Sabine di Mario Bonnard (accolto con critiche discordanti), nel 1947 Totò recitò in I Due Orfanelli, scritto da Steno e Agenore Incrocci e diretto da Mario Mattoli. Il successo della pellicola fu clamoroso, e Totò divenne in breve tempo uno dei divi della cinematografia italiana. A quel film seguirono Fifa e Arena e Totò al giro d’Italia (il primo in cui compariva il suo nome nel titolo), entrambi del 1948 e diretti da Mattoli; era inoltre il tempo della rivista C’era una Volta il Mondo di Galdieri (in cui recitava al fianco di Isa Barzizza e della fedele “spalla” Mario Castellani), durante le cui repliche venne a mancare anche sua madre Anna. Nella stagione 1949/50 ottenne l’ultimo successo teatrale con la rivista Bada che ti mangio (che debuttò al teatro Nuovo di Milano), dopodiché Totò si allontanò dal palcoscenico per dedicarsi completamente al cinema.

All’inizio le differenze tra teatro e cinema crearono non pochi disordini a Totò, il quale, abituato ad un’unica esecuzione dal vivo, si affidò quindi all’improvvisazione anche durante le riprese dei film, alcuni dei quali girati contemporaneamente e/o in tempi strettissimi utilizzando come copione un semplice canovaccio su cui tuttavia poteva intervenire con il suo estro creativo, spesso con il sostegno di comprimari di provata esperienza; tra questi, oltre al fedele Castellani e al succitato Inglese, figurano anche Vittorio De Sica, Aldo Fabrizi, Titina De Filippo, Enzo Turco, Carlo Croccolo, Tina Pica, Paolo Stoppa, Gino Cervi e soprattutto Peppino De Filippo, con il quale instaurò progressivamente un fruttuoso sodalizio, formando una delle coppie più popolari del cinema italiano. Dopo I Pompieri di Viggiù (anch’esso diretto da Mattoli) Totò lavorò anche con Eduardo De Filippo nel suo Napoli Milionaria, a cui partecipò senza percepire compenso in segno dell’amicizia con il collega, che poi rincontrò sul set solo due volte, in episodi diversi de L’Oro di Napoli di Vittorio De Sica e ne Il Giorno Più Corto di Sergio Corbucci. Sempre tra il 1949 e il 1950 recitò inoltre in ben altri nove film, tra i quali spiccano Totò le Mokò e Totò cerca Moglie (entrambi con la regia di Bragaglia), ma anche Totòtarzan e Totò Sceicco (diretti invece nuovamente da Mattoli) e ancora L’Imperatore di Capri di Luigi Comencini e Totò cerca Casa di Steno e Monicelli, efficace parodia del neorealismo che suscitò una certa indignazione da parte della censura. Da allora le sue pellicole, pur non ottenendo un buon riscontro con la critica (che nel frattempo aveva infatti cominciato a non gradire lo stile surreale dell’attore), ebbero un grande successo di pubblico, rendendo Totò un personaggio amatissimo, tanto che per quasi tutti gli Anni Cinquanta almeno uno dei suo film era compreso nell’elenco dei primi dieci nella classifica stagionale. Nella quarantina di pellicole da lui interpretate in quel periodo, Totò impersonava il ruolo di povero diavolo sprovveduto ma sagace, ambizioso eppure sempre beffato, animato da una carica anarchica zelante nei propositi quanto grottesca nelle azioni. Pur dovendo nel frattempo affrontare il dolore per la morte dei genitori, l’attore riuscì quindi a separare la vita pubblica da quella privata continuando a lavorare incessantemente, anche se quel periodo fu comunque anche segnato da uno squilibrio familiare, tanto che nel 1951 Diana Rogliani se ne andò di casa e si sposò, cosa che fece anche la figlia Liliana. Rimasto solo, in quel lasso di tempo Totò scrisse la canzone Malafemmina, concepita durante le pause di lavorazione del film Totò terzo uomo, a cui seguì poi Sette ore di Guai. Malgrado le ombre e le delusioni, il 1951 fu comunque un anno importante per la sua carriera cinematografica, in quanto fu richiamato da Steno e Monicelli per recitare il ruolo del ladro Ferdinando Esposito in Guardie e Ladri, al fianco di Aldo Fabrizi, che fu uno dei suoi più cari amici nonché una delle sue migliori “spalle”. Nonostante la sua iniziale riluttanza davanti ad un contesto più realistico e drammatico rispetto a quelli da lui frequentati in precedenza, il film fu un grande successo di pubblico e ricevette il plauso inaspettato anche di parte della critica (più magnanima quando la sua maschera risultava più “umanizzata”); presentato al festival di Cannes, il film si aggiudicò il premio per la migliore sceneggiatura ed in seguito fece guadagnare all’attore un Nastro d’Argento.

L’anno successivo tornò a lavorare con Monicelli e Steno, che lo diressero nuovamente in Totò e i Re di Roma, unico film in cui recitò con Alberto Sordi. Sempre nel 1952 iniziò a frequentare Franca Faldini, giovane attrice reduce da un’esperienza di starlette a Hollywood. Pur tormentata e spesso in crisi a causa dei loro caratteri poco conciliabili, la relazione (che diede scandalo a causa della situazione di convivenza per molto tempo non concretizzatasi in matrimonio) durò fino alla morte dell’artista. I due recitarono anche insieme in alcune pellicole: il primo fu Dov’è la libertà di Roberto Rossellini, il quale però si disinteressò alla pellicola, che ebbe quindi una lavorazione travagliata e uscì nelle sale due anni più tardi con sequenze completate da Monicelli, Lucio Fulci e a quanto pare persino Federico Fellini. La Faldini comparve anche in Totò e le Donne, diretto nuovamente da Steno e Monicelli, dove l’attore recitò per la prima volta con Peppino De Filippo. Quando i due registi presero strade diverse, entrambi continuarono realizzare, ciascuno per conto proprio, altri film con Totò. Il primo grande risultato di Steno fu Totò a colori, uno dei primi film italiani a colori che fu anche uno dei suoi più grandi successi. Durante le riprese però Totò iniziò ad accusare problemi alla vista, già precaria da quando nel 1938 si era aveva subito un distacco di retina all’occhio destro. Nonostante ciò, continuò a lavorare, interpretando, tra il 1953 e il 1955, ben diciassette film: tra questi figurano L’uomo, la bestia e la virtù di Steno (in cui interpretò il testo pirandelliano al fianco di Orson Welles), Totò e Carolina di Monicelli (altro film che ebbe qualche noia con la censura), Una di Quelle (diretto dall’amico Aldo Fabrizi e in cui ritrovò Peppino De Filippo) e Il più comico spettacolo del mondo, in cui tornò a lavorare con Mattoli, che lo diresse anche nella trilogia “scarpettiana” composta da Un Turco Napoletano, Miseria e Nobiltà e Il Medico dei Pazzi; nello stesso periodo alcune illustrazioni realizzate dallo sceneggiatore Ruggero Maccari in cui Totò veniva rappresentato in forma caricaturale furono distribuite come albi a fumetti, mentre un suo brano musicale (intitolato Con Te e dedicato a Franca Faldini) fu presentato al Festival di Sanremo. Nel 1954 la stampa annunciò inoltre che Totò era in trattative per interpretare un film muto scritto da Age e Scarpelli, ma purtroppo il progetto non si concretizzò a causa di problemi produttivi. A quel tempo Totò fondo anche una società di produzione associata a quella amministrata da Dino De Laurentiis, ottenendo così l’opportunità di lavorare, tra gli altri, con Alessandro Blasetti e Camillo Mastrocinque, con il quale girò molte pellicole di successo. La sua vita privata, però, non scorreva tranquilla come quella di spettacolo: nel 1954 si parlò molto infatti anche di una gravidanza sfortunata della Faldini, conclusasi infatti dolorosamente con la morte del neonato. Superato il dolore per la perdita del figlio, nel 1956 l’attore tornò sul set interpretando a catena quattro film di Mastrocinque: tra questi, oltre a Siamo Uomini o Caporali (rappresentativa opera dal sapore chapliniano, di cui firmò il soggetto basandosi su un volume autobiografico da lui pubblicato in precedenza), spiccano soprattutto i celebri Totò, Peppino e la… malafemmina e La Banda degli Onesti (scritto da Age e Scarpelli), che rappresentano il punto più alto del sodalizio tra l’attore e il regista. Nello stesso anno tornò anche al teatro con la nuova rivista A Prescindere, ma durante la tournée venne colpito da broncopolmonite virale e da un abbassamento della vista; per un periodo fu completamente cieco e anche successivamente, dopo aver recuperato in parte la vista, il suo fisico restò duramente provato, così Totò dovette abbandonare definitivamente il teatro; tuttavia continuò a lavorare nel cinema, anche se in un primo tempo non con l’usuale frequenza.

Nel frattempo, dopo aver finalmente sposato Franca Faldini (con la quale si trasferì a Roma dopo un periodo trascorso a Lugano per problemi economici), pur dimostrandosi poco interessato al mezzo televisivo, Totò aveva inoltre accettato alcuni inviti a programmi più o meno noti, anche se alcune sue non gradite considerazioni politiche chiaramente espresse durante le trasmissioni gli costarono un allontanamento dal piccolo schermo. Dopo il forzato distacco dalla televisione, riprese con il cinema: nel 1958 recitò con Fernandel in La Legge è Legge del francese Christian Jacque e, tra le altre pellicole, prese parte anche al capolavoro I Soliti Ignoti di Mario Monicelli (al fianco di Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman), in cui offrì una delle sue migliori interpretazioni. Nel 1959 le sue condizioni peggiorarono e dovette quindi concedersi alcuni mesi di riposo, rifiutando inoltre a malincuore l’offerta importante di un’agenzia statunitense che voleva scritturarlo per uno spettacolo con Maurice Chevalier, Marcel Marceau e Fernandel. In quel periodo a Totò, già vincitore di un Microfono d’Argento e una Targa d’Oro dall’ANICA per il suo contributo al cinema italiano, fu comunicato che gli sarebbe stata conferita una Grolla d’Oro alla carriera, premio che però l’attore non ritirò mai a causa dei suoi problemi di salute. Nonostante ciò, Totò cercò di non rallentare la sua attività, continuando a recitare in pellicole come I Ladri di Lucio Fulci e I Tartassati di Steno (ancora a fianco di Aldo Fabrizi) e Arrangiatevi! di Mauro Bolognini. Sebbene fosse ormai quasi completamente cieco, Totò si muoveva infatti sul set con assoluta disinvoltura, e negli anni Sessanta continuò a recitare in diversi film: tra questi, oltre ai numerosi con De Filippo e Fabrizi, figurano anche Totòtruffa 62 (ancora con Mastrocinque), Gli Onorevoli e I due Marescialli (entrambi di Corbucci), ma anche Letto a Tre Piazze di Steno e l’apprezzato Risate di Gioia di Monicelli (in cui torna a recitare con la Magnani); non mancano inoltre numerose parodie, come Totò, Peppino… e la dolce Vita, Totò Diabolicus e Che Fine ha Fatto Totò Baby?, ma anche Totò contro Maciste, Totò e Cleopatra e Totò contro il Pirata Nero (tutti e tre diretti da Fernando Cerchio).

Del 1963 è invece Il comandante di Paolo Heusch, suo primo film completamente drammatico: pubblicizzato come il suo centesimo ruolo al cinema (anche se in realtà era l’ottantaseiesimo), il film fu molto celebrato ma nonostante tutto nel complesso si rivelò un insuccesso. In quel periodo Totò pubblico inoltre il famoso libro di poesie ‘A Livella, per il quale ricevette anche un premio. Al culmine della sua carriera, anche se poco prima della morte, arrivarono proposte anche da altri importanti cineasti come Federico Fellini, Luchino Visconti, Alberto Lattuada e Pier Paolo Pasolini: il primo l’avrebbe voluto ne Il Viaggio di G. Mastorna, ma il film purtroppo non fu mai realizzato, mentre il secondo aveva scritto per lui un soggetto a cui aveva collaborato Suso Cecchi D’Amico, ma anche questo progetto non si concretizzò; con Lattuada lavorò invece nel 1965 in La Mandragola (tratto dall’omonima commedia di Machiavelli), mentre Risi lo diresse l’anno seguente in Operazione San Gennaro (accanto a Nino Manfredi), anche se fu l’incontro con Pasolini a rivelarsi uno dei più inaspettatamente importanti della sua carriera cinematografica: il primo film realizzato insieme fu Uccellacci e Uccellini, opera inizialmente controversa di evocativa forza poetica; per la sua interpretazione in questa pellicola, Totò ottenne il plauso della critica, aggiudicandosi inoltre una menzione speciale al Festival di Cannes e il suo secondo Nastro d’Argento; a quest’opera seguirono altre due collaborazioni con Pasolini (il quale riuscì magistralmente a rispettarne le sue caratteristiche per inserirle però in personalissimi apologhi di grande intensità e pregnanza ideologica), ovvero La Terra Vista dalla Luna (1967) e Che cosa sono le Nuvole? (1968), episodi di film collettivi contenuti rispettivamente in Le Streghe e Capriccio all’Italiana (in cui l’attore prese parte anche ad un altro segmento diretto da Steno intitolato Il Mostro della Domenica). Furono queste le sue ultime pellicole.

Nonostante la sua vita privata si limitasse ormai a sporadiche apparizioni e a quell’instancabile attività di benefattore che aveva portato avanti per tutta la vita, già nel 1965 era tornato in televisione, prima accanto a Mina e Mario Castellani e in seguito partecipando ad una serie di caroselli per una serie TV intitolata TuttoTotò, che consisteva nella riproposizione di alcuni suoi sketch più noti, nei quali però l’attore appariva ormai assai provato, non riuscendo quindi a padroneggiare al meglio la scena. Il ciclo, replicato anche vari anni dopo, andò in onda postumo: infatti, nonostante meditasse di tornare a teatro e avesse accettato di recitare per Nanni Loy nel suo Il Padre di Famiglia, mentre era sul set di quest’ultimo film le sue condizioni si aggravarono e all’età di 69 anni venne stroncato da un infarto dopo una lunga agonia. Totò morì nella sua casa di Roma il 15 aprile 1967, all’età di 69 anni, assistito da Franca Faldini. Fu sepolto a Napoli nella cappella di famiglia. Nonostante avesse espresso il desiderio di avere un funerale semplice, ne ebbe addirittura tre: il primo (al quale prese parte un’immensa folla di persone tra cui anche amici e personalità dello spettacolo) si tenne nella capitale dove morì, il secondo nella natia Napoli (dove in suo onore venne sospesa ogni attività) e il terzo nel Rione Sanità pochi giorni dopo il trigesimo. Secondo un sondaggio dei primi anni 2000, Totò rimane il comico italiano più amato e conosciuto: non a caso i suoi film, visti all’epoca da oltre 270 milioni di spettatori (un primato nella storia del cinema italiano), vengono ancora oggi trasmessi in televisione riscuotendo successo anche dal pubblico più giovane.

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