Ready Player One

Ready Player One

Nel 2045 il mondo è ormai sull’orlo del caos, e per evadere da tale clima impervio ed ostile gran parte dell’umanità trascorre le giornate immergendosi in OASIS, un vastissimo universo di realtà virtuale dove poter condurre una seconda vita, creato dal brillante ed eccentrico James Halliday (Mark Rylance). Quando però, a seguito della morte di quest’ultimo, viene reso noto che la sua immensa fortuna andrà in eredità a chi per primo troverà un Easter Egg nascosto proprio all’interno di OASIS, a livello globale si scatena una sfrenata e difficile competizione per aggiudicarsi la vittoria. Tra i partecipanti figura anche il giovane Wade Watts (Tye Sheridan), che dal momento in cui prende parte alla gara viene quindi coinvolto in una vertiginosa caccia al tesoro in un universo fantastico ricco di misteri, pericoli e scoperte sensazionali.

Nel portare al cinema il fortunato romanzo omonimo di Ernest Cline (che l’ha anche adattato per lo schermo insieme a Zak Penn), con questo suo 33esimo lungometraggio Steven Spielberg torna agli scenari fantascientifici di “A.I. – Intelligenza Artificiale” e “Minority Report” affrontando però la materia con un approccio più spensierato che forse richiama piuttosto in maniera più diretta la virtuosa animazione del più recente “Le Avventure di TinTin”. Perché in “Ready Player One” la componente prettamente ludica cui fa capo lo svolgimento costituisce anche la cifra di una messa in scena votata appunto a un divertimento complice e genuino ricavato proprio restituendo su schermo il senso di immersione tipico dei videogame pur tenendo presente quel cruciale scarto tra giocatore e spettatore che differenzia un intrattenimento sterile e artificioso da una più consistente esperienza cinematografica. Tale sfida formale può dirsi vinta anche grazie al tono con cui Spielberg affronta l’operazione, ovvero mettendo a frutto l’usuale padronanza del mezzo con l’estro felice di chi accompagna gli appassionati in una bottega di giocattoli vintage di cui lui stesso fu prezioso collaboratore nonché assiduo frequentatore. Universalmente riconosciuto come una delle personalità che più hanno contribuito a cementare proprio l’immaginario anni Ottanta, il regista vi attinge infatti a piene mani per trascinare adepti e nostalgici in un immaginifico universo nerd/geek che si snoda come un’intricata matassa di più o meno espliciti o riconoscibili richiami e riferimenti a tale cultura pop che ha fatto sognare più di una generazione. Ne è uscito un vero e proprio distillato di citazioni che passando ovviamente per videogiochi e manga si estende anche a livello musicale (dai Duran Duran ai Bee Gees, innestati peraltro in una colonna musicale firmata non a caso dallo specialista Alan Silvestri, che per l’occasione sostituisce il fidato John Williams) e naturalmente cinematografico (dalle strizzate d’occhio a Lucas e Zemeckis alla comparsa di King Kong fino al lungo quanto gustoso tributo a “Shining” di Kubrick): un divertente e divertito gioco di omaggi e rimandi che però, pur incredibilmente denso e stratificato (tanto da potersi sbizzarrire nel tentativo di riconoscerne il più possibile), non risulta comunque sterile o fine a se stesso non solo perché orchestrato come suddetto con abilità, ma anche perché veicola un messaggio che, seppur un po’ didascalico, arriva a segno con adeguata sincerità facendo capo proprio a tale trascinante fascinazione per quei miti che plasmano e alimentano la fantasia dei cultori. Infatti, questo turbinoso viaggio in un mondo immaginifico apre progressivamente ad una riflessione su come il relativo ricorso all’evasione impugnato non solo dalle nuove generazioni (e reso ancor più facile in un’epoca invasa dal digitale come quella attuale) dovrebbe in verità essere calibrato perché, pur gratificante per come può alleviare il peso della realtà, non deve in ogni caso far perdere il senso di quella stessa esistenza vera e propria che, in quanto tale, rimane comunque insostituibile. In ciò, pur con qualche riserva per quanto riguarda il poco approfondito sviluppo dei personaggi ma anche a livello di svolgimento (specie nell’eccessiva durata che comporta qualche trascinamento in particolare nella parte conclusiva), Spielberg espone comunque il tutto con l’usuale sapienza, affidandosi ad un grande e funzionale dinamismo (tra continui movimenti di macchina, ripetute carrellate e vertiginosi piani-sequenza) per far prevalere un’azione cinetica allo stato puro; sostenuto da una tecnica notevole, evidente nell’avvolgente apparato visivo coadiuvato dalla fotografia dell’immancabile Janusz Kaminski e irrobustito dal poderoso tripudio di effetti speciali, lo spettacolare “giocattolone” dal retrogusto vintage procede così con un ritmo sostenuto e trascinante (complice anche il montaggio di Michael Kahn, anch’esso assiduo collaboratore del regista), riuscendo quindi nell’intento primario di offrire un intrattenimento solido ed autentico. E in tutto questo, l’eterno ragazzo Spielberg, che solo alcuni mesi addietro concorreva agli Oscar con il notevole “The Post”, nel continuare così a portare avanti con successo tale alternanza di toni e registri dimostra inoltre ancora una volta le sue note ed innegabili doti di grande narratore ancora perfettamente in grado di preservare incredibile dimestichezza, sorprendente eclettismo e soprattutto eterno e sognante entusiasmo.

Ready Player One
Ready Player One
Summary
id.; di Steven Spielberg; con Tye Sheridan, Olivia Cooke, Mark Rylance, Ben Mendelsohn, T.J. Miller, Simon Pegg; fantascienza; USA, 2018; durata: 140'.
60 %
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