Manhattan

Manhattan

- in Anni 70, Recensioni, Woody Allen
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Dopo aver divorziato dalla moglie (Meryl Streep), che l’ha lasciato per una donna e ora sta scrivendo un libro sul loro matrimonio fallimentare, lo scrittore televisivo newyorkese Isaac Davis (Woody Allen) frequenta senza troppo impegno la diciassettenne Tracy (Mariel Hemingway). Quando però conosce la sofisticata intellettuale Mary (Diane Keaton), amante del suo migliore amico Yale (Michael Murphy), dopo un iniziale periodo di attrito capisce di esserne innamorato.

Tra i titoli più significativi nella filmografia di Allen, questo suo decimo film da regista (e 13° come attore) rappresenta certamente uno dei più alti compendi del suo stile, della sua poetica, del suo personale, vivido e geniale estro espressivo. Popolato da un’assortita galleria di personaggi riusciti (tutti peraltro magistralmente interpretati da un eccellente gruppo d’attori) che, incontrandosi e scambiandosi, animano una struttura narrativa armoniosamente calibrata nelle sue frammentazioni di trama e variazioni di tono, è un coinvolgente, tenero e sottile dramma dei sentimenti virato in cadenze di sofisticata commedia dolceamara, in cui l’autore newyorkese fa confluire la ricercata ironia dei dialoghi e delle situazioni in una lucida ma tenera malinconia di fondo: fondendo la marcata vena pessimista di Interiors con la comicità dai sottili e arguti tratti sardonici già espressa, con importanti novità di linguaggio, in Io e Annie, la sublime leggerezza dei toni si riversa in una pregnante profondità di fondo che risiede nel confronto e nella mescolanza tra emozioni contrastanti, interrogativi retorici e pensieri universali. Il tutto, in una riflessione sull’inidoneità della condizione umana filtrata nella ricerca delle ragioni del vivere (il monologo che conduce allo scioglimento finale) e manifestata attraverso l’equazione tra il pulsare del territorio metropolitano e il caso emotivo degli individui; discostandosi a tratti dai personaggi per soffermarsi sull’ambiente e sui dettagli, in questo indelebile e poetico omaggio (o meglio, appassionata dichiarazione d’amore) alla sua città Allen compone infatti un variegato spettro emozionale fatto di suggestioni visive e sonore attraverso cui la suggestiva ambientazione, prescindendo alle dinamiche umane ed evidenziando quindi la disparità del confronto tra l’esiguità degli individui e la profondità degli spazi, assume il valore aggiunto di una quasi metafisica proiezione dell’autore; dipinta e raccontata con sentita partecipazione (percepibile fin dalla folgorante sequenza iniziale, con quello che è forse uno dei più celebri e personali monologhi della storia del cinema americano), questa New York interiorizzata con tono lucido eppure sognante acquisisce così una valenza espressiva che la innalza da suggestiva ambientazione a vero e proprio personaggio: splendidamente accarezzata dalle note di George Gershwin e calata nel sublime bianconero di Gordon Willis, la metropoli pulsa ed affascina come un tentacolare teatro di incontri, contrasti, tensioni ed emozioni, continuando ad esistere in quelle crepuscolari gradazioni di grigio avvolgenti ed evocative (gli spettacolari fuochi artificiali sullo skyline, la celebre sequenza con i due protagonisti che a notte fonda discorrono seduti sulla panchina davanti al Queensboro Bridge) che possono anche assurgere alla gamma di sensazioni tra opposte condizioni esistenziali; infatti, se da una parte in questo microcosmo di solitudini e fragilità che generano nervosismo e alienazione, gli individui (indipendentemente da quanto colti o affermati possano essere) si rivelano in realtà succubi dell’incapacità di assumersi le responsabilità anche nei rapporti, dall’altra a tutto ciò può anche contrapporsi un’inattesa e sincera trasparenza nell’esprimere la realtà della propria condizione; pur disarmante nel suo tono dolceamaro, tale consapevolezza (incarnata dal personaggio di Tracy, la quale nonostante la giovane età dimostrerà una maturità ben maggiore rispetto agli “adulti”) potrebbe infatti anche aprire alla speranza, portando ad una nuova fiducia (nel futuro e magari nel prossimo) e quindi magari ad una salvezza dalla simulazione, dal cinismo, dall’instabilità. In definitiva, un imperdibile capolavoro dell’allenismo. Nomination all’Oscar a Mariel Hemingway e alla migliore sceneggiatura originale (scritta dall’autore insieme a Marshall Brickman).

Manhattan
Manhattan
Summary
id.; di WOODY ALLEN; con WOODY ALLEN, DIANE KEATON, MICHAEL MURPHY, MARIEL HEMINGWAY, MERYL STREEP, FRANCES CONROY, CHARLES LEVIN; commedia; USA, 1979; B/N; durata: 96’;
100 %
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