Lei

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- in Film 2013, Recensioni
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In un futuro non precisato ma assai prossimo, il solitario Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) scrive lettere d’amore per conto di persone innamorate ma ormai sopraffatte da un’incomunicabilità dovuta anche alla simbiosi tra uomo e macchina. La vita del malinconico scrittore si divide tra la suddetta occupazione, le chiacchierate con un’amica di vecchia data (Amy Adams) e la divorante depressione causata dal recente divorzio dall’amata moglie Catherine (Rooney Mara). Tentando di porre rimedio a questo suo stato di asocialità, Theodore acquista un sistema operativo di nuovissima generazione progettato per soddisfare le esigenze richieste evolvendosi costantemente e relazionandosi con l’utente. L’intelligenza artificiale si chiama Samantha, ed è in grado di pensare ed assisterlo, interagendo con lui, comprendendo il suo stato d’animo e parlandogli con tono ammaliante (con la voce suadente e sensuale di Scarlett Johansson, premiata al festival di Roma e doppiata nella versione italiana da Micaela Ramazzotti): rispecchia un’ideale perfezione, ma non sembra fittizia o artificiale perché lo conosce e lo capisce meglio di quanto lui stesso non riesca a fare; tanto che tra i due si instaura un legame sempre più forte che ben presto finisce per consolidarsi in un’inaspettata quanto appagante relazione sentimentale.

Candidato a 5 Oscar (tra cui miglior film) e vincitore del premio per la migliore sceneggiatura originale, il quarto film da regista di Spike Jonze, il primo da lui interamente scritto senza l’ausilio di più o meno usuali collaboratori come l’eccentrico quanto geniale Charlie Kaufman, è senza dubbio uno dei migliori del 2013: un’opera composita, sfaccettata, profonda e geniale che innanzitutto sarebbe quantomeno riduttivo limitare alle definizioni di fantascienza post-kubrickiana, di commedia malinconico-sentimentale o di dramma esistenziale, anche se d’altra parte, in un certo qual modo, potrebbe includerle tutte quante in un connubio arguto, originale, affascinante, trascinante. Accarezzato dall’intensa colonna musicale degli Arcade Fire e calato negli scenari avveniristici ma al tempo stesso anacronisticamente vintage di una Los Angeles in calde tonalità pastello (avvolgente fotografia di Hoyte Van Hoytema) dai design essenziali e levigati (i grattacieli sono in realtà quelli di Shanghai), è ambientato in un un futuro che pare al tempo stesso remoto ed incombente senza però risultare insidioso, cupo ed ostile; infatti, al di là della vagamente ludica e singolare descrizione del rapporto tra uomo e tecnologia in un contesto mitemente distopico che non esclude accenni alla condizione umana in involuzione, il geniale Jonze non punta ad una semplice e vacua critica della modernità e dell’alienazione derivata dall’abuso della comunicazione digitale: il suo vero scopo, ben più alto ed ambizioso, è infatti quello di osservare e analizzare, con una scrittura stilistica personalissima, lo spettro dei rapporti umani, la coscienza delle relazioni e l’elaborazione dei sentimenti nell’epoca contemporanea. Limitando la dimensione di denuncia sociale e ricorrendo ad invenzioni narrative che sfociano nel poetico, l’autore riesce mirabilmente nell’intento agendo su un registro che svaria dalla vivacità alla dolcezza, dalla tenerezza alla malinconia, alternando sottile umorismo (a tratti quasi sarcastico, eppure tutt’altro che beffardo) e struggente tristezza (senza però scadere nel patetismo), passando con icastica leggerezza e sapiente concisione dall’azione oggettiva al flusso di coscienza, il tutto con uno sguardo e una sensibilità che arrivano a segno attivando un’empatia vibrante e commovente che fruga nell’animo, facendo scattare un limpido, sincero e travolgente meccanismo di identificazione: costruito con inedita inventiva, il rapporto centrale tra Samantha e Theodore (un partecipe e notevole Joaquin Phoenix di ammirevole intensità), pur eufemisticamente atipico, non ci è infatti presentato come una devianza irrealistica e respingente, ma al contrario è sviluppato con il pathos appassionato delle relazioni impossibili, nonché coerentemente suggellato dall’acuta, centrata e peraltro universalmente condivisibile definizione di amore come “follia socialmente accettabile”. Così trasfigurata in una plausibile alternativa che da surrogato del contatto fisico e dell’anima in sintonia diventa pulsante e romantica compenetrazione, da estatica visione lucida questa astratta ma vivissima proiezione dell’essere diviene simultaneamente sogno ed effetto, permettendo quindi di aggirare i dolorosi conflitti dell’intimità esprimendo contemporaneamente il bisogno di relazioni: è il viatico per un viaggio interiore che porta ad esplorare i misteri delle sensazioni, dei ricordi, della percezione dell’esistenza, della solitudine, dell’assenza e della fugacità della vita, facendo affiorare la difficoltà nella ricerca di una felicità sempre precaria (insita nella sproporzione tra il terrore quotidiano della solitudine e il trasporto impagabile di un amore ideale), ma anche il turbamento per un futuro ignoto, contrapposto e parallelo al peso del passato (che può essere al tempo stesso un fardello e una ricchezza) e la necessità magari costantemente celata di raggiungere nuove consapevolezze, abbracciando una scoperta intima connessa all’accettazione di sé stessi e del proprio mondo, con tutte le sue fragilità; anche per questo, il progressivo processo di disillusione che ne consegue, pur amaro e a tratti destabilizzante (proprio perché così coinvolgente), può comunque al tempo stesso rappresentare una risorsa magari aperta alla speranza, permettendo a quell’iniziale dissimulazione di evolvere in una nuova presa di coscienza che coincide con la realizzazione accettando ed accogliendo una mancanza non ancora somatizzata eppure sempre presente in quello stesso altrove malinconico in cui l’amore, finanche esaurito, può davvero continuare a sussistere, alimentando l’anima e i sensi: un luogo misterioso fuori dal tempo, che può idealmente localizzarsi tra le parole di un libro o magari anche (come sottolinea il delicato e bellissimo motivo musicale cantato da Karen O) “nello spazio, a milioni di miglia di distanza”, come una sorta di dimensione alternativa dove poter conservare le tracce lasciate da quelle sensazioni, dove i sentimenti presenti e passati continuano a convivere alimentandosi a vicenda, dove la nostalgia per ciò che eravamo e l’aspettativa per ciò che saremo possano esistere, maturare, persistere ancora.

Lei
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Summary
“Her”; di Spike Jonze; con Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Scarlett Johansson, Olivia Wilde, Chris Pratt, Sam Jaeger, Portia Doubleday, Luka Jones, Matt Letscher; drammatico; USA, 2013; durata: 126’.
80 %
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