La Forma dell’Acqua – The Shape of Water

La Forma dell’Acqua – The Shape of Water

- in Film 2017, Recensioni
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1962. Affetta da mutismo fin dalla tenera età, Elisa (Sally Hawkins), addetta alle pulizie in un segretissimo laboratorio governativo, si sente intrappolata in un mondo di silenzio e solitudine. Quando però, insieme alla collega Zelda (Octavia Spencer), scopre che nella struttura in cui lavora si stanno conducendo esperimenti su un misterioso essere dall’aspetto umanoide tenuto prigioniero perché considerato una risorsa contro i sovietici, la ragazza, incuriosita e affascinata, inizia ad avvicinarsi sempre più alla creatura: tra i due si instaura quindi progressivamente un rapporto di complicità ed affetto sempre più profondo tanto che, scoperte le intenzioni del sadico e violento colonnello Strickland (Michael Shannon), determinato a vivisezionare il prezioso essere, Elisa decide di architettare un piano per liberare la creatura e salvarla così da tale tragico destino.

Dopo il roboante Pacific Rim e il sanguinoso Crimson Peak, al suo decimo film l’acclamato autore messicano Guillermo del Toro si riavvicina al realismo magico per tornare a raccontare di quelle creature fantastiche che lo hanno sempre affascinato tanto da diventare (da Mimic a Hellboy fino al celebre Il Labirinto del Fauno) un elemento ricorrente nella sua filmografia, proseguendo tale itinerario con una nuova variazione sul tema che, nel guardare nuovamente all’immaginario mitologico e folcloristico, si rivela anche una delle sue più ispirate e riuscite. Partendo stavolta da una rielaborazione del soggetto de Il Mostro della Laguna Nera (cult di Jack Arnold del 1954 di cui non per niente intendeva girare un remake), il regista, co-produttore e co-sceneggiatore (insieme a Vanessa Taylor) ha successivamente imboccato una strada propria facendone una delle principali fonti d’ispirazione di quella che è piuttosto una personalissima variante de La Bella e la Bestia in cui però il messaggio di esaltazione delle qualità interiori è ancora più definitivo; infatti, all’umanoide essere anfibio (impersonato, con l’ausilio di un elaborato trucco, dal mimo Doug Jones, assiduo collaboratore del regista) non serve trasformarsi in principe per conquistare la protagonista (una Sally Hawkins davvero notevole nel trovare un’espressività da cinema muto), che proprio nel coglierne la purezza d’animo ne subisce l’enigmatico fascino instaurando con lui un forte legame che va oltre la pur significativa condivisione della comunicazione non verbale: perché tale inattesa quanto profonda affinità che diventa inoltre efficace antidoto ad una silenziosa solitudine scaturisce innanzitutto da una forte empatia, la stessa che veicola l’altro tema portante dell’accettazione del “diverso” rafforzato anche dalla funzionale galleria di personaggi outsider collaterali, dalla collega afro-americana all’amico omosessuale (ovvero gli ottimi Octavia Spencer e Richard Jenkins) finanche al tormentato scienziato (interpretato invece da Michel Stuhlbarg) diviso tra i doveri di infiltrato russo e la volontà di agire in nome di valori più alti; non a caso, se questi ultimi poco importano non solo al principale antagonista (ovvero il paranoico agente federale incarnato da Michael Shannon che è il vero mostro da temere) ma anche ai non meno minacciosi sovietici (“Non ci serve imparare, ci serve che gli americani non imparino”), a rappresentarli e difenderli sono invece proprio quelle minoranze da sempre oppresse di cui il film si fa quindi trascinante manifesto. Così, calato nel contesto della guerra fredda la cui ostilità può richiamare l’odierna situazione internazionale, il racconto assume il valore allegorico di sincera parabola sulla tolleranza decisamente attuale, non priva di risvolti femministi né di stoccate alla politica di Trump anche nei rimandi alle intransigenti posizioni sull’immigrazione e nella critica alla figura tipicamente americana del self-made man senza ideali e divorato dall’ambizione incarnato dal succitato villain. In tutto ciò, con quella che lui stesso ha infatti definito “una favola per tempi difficili” colma di sentiti e significativi omaggi al cinema classico (dai più ricercati nell’approccio retrò a quelli più espliciti nelle sequenze nel teatro), nel mantenersi visionario anche senza ricorrere a velleitari appesantimenti metaforici, Del Toro torna quindi a sovrapporre e amalgamare la dimensione realistica a quella immaginifica attraverso una stratificata contaminazione di generi orchestrata con quella sottile e sapiente disinvoltura di artigianale accuratezza che ne conferma le qualità di grande narratore: nella sua armonica commistione tra suggestioni fiabesche e intensità da dramma romantico, al sentimentalismo di fondo, mitigato da sprazzi di humour e aperture alla sensualità (si veda ad esempio la scena d’amore “subacqueo” nella stanza da bagno), intreccia parentesi dark e digressioni da spy-story in un crescendo di suspense ed emozioni che procede con un ritmo da musical d’altri tempi (difficile scordare la sequenza del ballo in bianco e nero sulle note della celebre “You’ll Never Know”); un andamento di calzante fluidità stilistica e narrativa che, ben commentato dalla colonna sonora di Alexandre Desplat e sostenuto dalle ricercate ambientazioni (dalle elaborate scenografie vintage alla splendida fotografia di Dan Laustsen i cui toni caldi virano progressivamente in quelli marini del verde e del blu), richiama quello dell’elemento centrale dell’acqua rispecchiandone il riferimento allusivo esplicitato fin dal titolo, ovvero l’impossibilità di contenere qualcosa di così avvolgente, fluido, naturale, forte e imprevedibile come il sentimento. Riuscendo così ad incantare e appassionare con passione e sincerità, non è quindi certo un caso se, dopo il trionfo al festival di Venezia (dove conquistò il Leone d’Oro), questo notturno e trascinante film di genere sognante e profondo che trasuda amore cinefilo abbia in seguito trionfato anche agli Oscar, aggiudicandosi infatti (su un totale di ben 13 candidature) quattro premi tra cui i più importanti per miglior film e regia (a cui si aggiungono quelli alla scenografia e alla colonna musicale).

La Forma dell'Acqua - The Shape of Water
La Forma dell'Acqua - The Shape of Water
Summary
"The Shape of Water"; di Guillermo del Toro; con Sally Hawkins, Doug Jones, Octavia Spencer, Richard Jenkins, Michael Shannon, Michael Stuhlbarg, Nick Searcy, David Hewlett, Lauren Lee Smith; fantasy; USA, 2017; durata: 123'.
80 %
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