Animali Notturni

Animali Notturni

- in Film 2016, Recensioni
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Mentre il marito Hutton (Armie Hammer) è fuori per uno dei suoi troppo frequenti viaggi d’affari, la benestante ma insoddisfatta gallerista Susan (Amy Adams) riceve un inaspettato pacchetto inviatole dal suo primo marito Edward (Jake Gyllenhaal), con cui non ha più contatti da anni a causa di una brusca separazione: all’interno c’è il manoscritto di un suo romanzo, intitolato “Animali Notturni”, accompagnato da un appunto in cui l’uomo, da sempre aspirante scrittore, esorta Susan a leggerlo prima di un loro eventuale nuovo incontro. Incuriosita, la donna si getta nella lettura, ma il contenuto è sconvolgente: il romanzo narra infatti la storia di Tony (non a caso sempre interpretato da Gyllenhaal), il quale, insieme alla sua famiglia si imbatte suo malgrado in una gang di balordi guidata dal minaccioso Ray Marcus (Aaron Taylor-Johnson); da quel momento, affiancato dallo sceriffo Bobby (Michael Shannon), il mite padre di famiglia si troverà coinvolto in una straziante vicenda di omicidi e violenza. Molto colpita dal romanzo, Susan non può fare a meno di ripensare ai momenti della sua storia d’amore con Edward, rendendosi così conto che quel manoscritto la sta in realtà costringendo anche a rivalutare le sue scelte di vita, portando a galla vecchi rancori mai sopiti.

A sette anni dal successo ottenuto con il riuscito esordio A Single Man (tratto dal libro di Christopher Isherwood e premiato a Venezia con la Coppa Volpi per il miglior attore al protagonista Colin Firth), il texano stilista di fama internazionale Tom Ford torna dietro la macchina da presa con un’altra riduzione cinematografica di un testo di raffinata scrittura, ovvero il romanzo “Tony e Susan” di Austin Wright, da lui stesso anche adattato per lo schermo. Non è un caso che questo suo secondo film (anch’esso molto apprezzato al Lido, dove infatti si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria) si apra con una sequenza ipnotica e straniante, ovvero mostrandoci obese e grottescamente truccate majorettes intente a danzare senza veli al rallentatore, le quali ben presto si riveleranno in realtà far parte di un’installazione artistica in un contesto di esasperata mondanità eppure asettico e sterile perfino nel culto dell’arte. Perché sono proprio i contrasti (tra apparenze e realtà, vive aspirazioni ed inerti concretezze, affermazione sociale e difficoltà nelle relazioni) a rappresentare uno dei cardini principali di un’opera ricca di sfumature e di difficile classificazione (noir sentimentale, dramma esistenziale o thriller dell’anima?) con cui il regista dimostra di aver raggiunto una non trascurabile maturità. Confermando una maniacale cura dei particolari unita ad una puntuale ricercatezza formale (ottima fotografia di Seamus McGarvey, funzionali musiche del polacco Abel Korzeniowski), Ford orchestra infatti con ottima padronanza una narrazione su tre binari narrativi (di cui uno intermedio in flashback che approfondisce il primo e sorregge il terzo) innestandovi, senza evitare i rischi della ridondanza, una fitta rete di rimandi e analogie interne: dai capelli rossi delle figlie di entrambi alla somiglianza non casuale tra Amy Adams e Isla Fisher, dalle opere in galleria (tra le quali spicca non a caso la parola “revenge”, ovvero “vendetta”), dall’allucinata apparizione di Aaron Taylor-Johnson prima in un incubo e poi sullo schermo di un telefono cellulare fino all’immagine scioccante di due corpi su un divano rosso in mezzo al nulla; così, in una struttura stratificata all’insegna di un sincretismo sia a livello formale che contenutistico, Ford intreccia tali torbide suggestioni alla Lynch con aspetti di un’ascendenza hitchcockiana riconoscibile più nei modi che negli intenti (il gioco di somiglianze femminili, lo smarrimento esistenziale, il contrasto dei sentimenti in una dimensione di nero vampirismo), il tutto contrapponendo agli ambienti di una Los Angeles cupa, fredda ed asettica alle lande spoglie e sanguinose di una frontiera minacciosa che rimanda invece alla malinconica, naturalistica e crepuscolare violenza di certi Maestri della New Hollywood come Boorman e Peckinpah; perché la violenza caotica e irrazionale di questo universo dominato da bestialità primordiali sfogate nell’oscurità notturna corrisponde al disprezzo e al rancore che alla luce del giorno dilagano nel quotidiano di una realtà sociale più razionale ma comunque arida e disagiata perché incapace di sottrarsi a quell’avvilente ristrettezza di vedute che fa capo ad un’ipocrisia tipicamente borghese (qui sottolineata anche dal breve quanto efficace cammeo della grande Laura Linney nei panni della madre repubblicana e bacchettona di nefasta influenza); non a caso, il titolo del romanzo si riferisce dichiaratamente anche proprio a Susan, la quale resterà infatti devastata dalla lettura di un romanzo che, divenendo strumento di una rivalsa che è anche una vendetta (e in ciò traspare il tema in sottotesto della potenza della scrittura suggerito dall’espediente di sapore metalinguistico del “film nel film”), scardinerà le sue certezze attivando un processo di scoperta sul peso delle sue azioni, su quanto la sua vita privilegiata sia in realtà poco appagante e su come sia quindi insicura di ciò che veramente desidera. Perché in un’epoca in cui il Sogno Americano sembra essere diventato un incubo e i rapporti di classe possono anche condizionare i comportamenti umani contribuendo a quella condizione di isolamento che noi tutti viviamo (magari derivata, come nel caso della protagonista, proprio dalla decisione di uniformarsi alle convenzioni della società contemporanea), ciò che resta è la consapevolezza di dover comunque venire a patti con le nostre scelte anche per comprendere l’importanza dei legami e trovare il nostro posto nel mondo. A tale risultato contribuisce in maniera sostanziale anche un cast di prim’ordine: se Jake Gyllenhaal (in doppio ruolo) si conferma attore versatile capace di notevole intensità, Amy Adams aggiunge un’altra performance eccellente alla sua già nutrita galleria di interpretazioni di grande spessore, anche se tra tutti a lasciare il segno è soprattutto Michael Shannon, davvero straordinario nel delineare la figura complessa, secondaria ma decisamente memorabile, dello sceriffo laconico e disilluso.

Animali Notturni
Animali Notturni
Summary
"Nocturnal Animals"; di Tom Ford; con Amy Adams, Jake Gyllenhaal, Michael Shannon, Aaron Taylor-Johnson, Isla Fisher, Armie Hammer, Laura Linney, Andrea Riseborough, Michael Sheen; USA, 2016; durata: 116'.
70 %
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