Viale del Tramonto

Viale del Tramonto

- in Anni 50, Billy Wilder, Recensioni
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Hollywood. Disoccupato e depresso, lo sceneggiatore Joe Gillis (William Holden) incontra per caso Norma Desmond (Gloria Swanson), ricca e ormai anziana attrice del cinema muto ormai dimenticata, e per una serie di circostanze inaspettate si trasferisce nella sua grande magione, facendosi mantenere mentre in segreto cerca di tornare sulla cresta dell’onda. Ma la delirante follia di Norma, che infatti si rivelerà prigioniera del suo passato da diva, finirà per trascinare entrambi nel baratro.

Un marciapiede riporta sul bordo la scritta “Sunset Boulevard”, viale dalla fama sognante ma dal nome crepuscolare; una carrellata segue l’asfalto scuro, piuttosto veloce eppure quasi spettrale: i titoli di testa compaiono placidamente, mentre l’accompagnamento musicale è di solenne fatalità; la macchina da presa si alza: è mattino presto, l’ambiente è isolato, ma alcune auto della polizia sfrecciano sulla strada, conducendoci ad una grande villa; l’ambientazione è la scintillante Hollywood, ma la scena iniziale è quella di un delitto: un cadavere galleggia nell’acqua, inquadrato con una vertiginosa contre-plongée dal fondo di una piscina; tempestivamente (“prima che stampa, radio e cinegiornali comincino a deformare le cose”), una voce off introduce alla narrazione, proponendosi come testimonianza obiettiva: un punto di vista quasi confortante, se non fosse che in realtà tale narratore si rivela da subito essere proprio l’uomo morto in piscina. Giustamente celebre nella sua istantanea efficacia, il folgorante incipit di Viale del Tramonto pare palesare da subito il tono di un racconto che non a caso gioca perennemente sul doppio registro della rassicurazione e dell’inquietudine; così, alternando momenti brillanti (i dialoghi scoppiettanti, la solarità della dolce Betty) ad atmosfere mortuarie (tra cadaveri di animali, senso di fatalità e fantasmi di sogni), nella sua geniale contaminazione di generi (tra tensioni da melodramma, passaggi da commedia fino a risvolti quasi horror), il film si mantiene infatti costantemente in bilico tra verità e dissimulazione non solo nello svolgimento, ma anche nell’approccio, tanto da sfociare a tratti nel meta-cinema: se Gloria Swanson, autentica diva del muto realmente assente dalle scene da circa un ventennio, in una scena assiste alla proiezione di Queen Kelly, vero film del 1928 da lei stessa interpretato e diretto proprio da Erich von Stroheim (ex-regista anche nella realtà), nel corso della pellicola appaiono inoltre nel ruolo di se stesse diverse personalità di Hollywood, da Cecil B. De Mille a Hedda Hopper fino addirittura a Buster Keaton nel memorabile passaggio della partita a carte. Quest’ultima è peraltro solo una delle molte sequenze da antologia che scandiscono un film che racconta appunto quel labile confine tra realtà e finzione (fittizie con scopo illusorio sono le lettere, le correzioni, le telefonate, persino le relazioni e talvolta le riprese) che vige anche nella cosiddetta fabbrica dei sogni, di cui Wilder mette così magistralmente in scena con satirica amarezza e corrosiva incisività il lato nero e la natura totalizzante: è il cinema che nel guardarsi allo specchio si metabolizza per accrescersi, contando su un costante bisogno di evadere (la diva Norma persa nelle proprie memorie, l’ombroso maggiordomo Max in un nuovo ruolo e il protagonista Gillis, incarnato da un perfetto William Holden, nei suoi incontri romantici con la già citata Betty) derivato anche dal tramonto di un “Sogno Americano” del quale però lo stesso mezzo cinematografico contribuisce a mantenere una necessaria illusione. E l’indimenticabile finale con lo sguardo spiritato di un’immensa Swanson ormai vittima della follia che dopo aver affermato di essere sempre grande per un cinema che è invece “diventato piccolo” si proclama di nuovo “pronta per il primo piano” (battute entrambe giustamente entrate nel mito) incarna perfettamente tale doppia anima di un divismo tanto glorioso quanto fagocitante: non a caso, questo immortale capolavoro di Wilder rimane senza dubbio uno dei più caustici ed efficacemente sardonici film sull’ambiente hollywoodiano. Oltre a 4 importanti Golden Globe (miglior film drammatico, regia, colonna sonora e miglior attrice a Gloria Swanson), il film ottenne un ottimo riscontro anche agli Oscar, dove infatti (pur mancando il premio principale, assegnato invece ad un altro grande film sul mondo dello spettacolo come Eva contro Eva) si aggiudicò 3 statuette (su un totale di ben 11 candidature), ovvero miglior scenografia, colonna sonora e sceneggiatura (scritta dal regista con Charles Brackett).

Viale del Tramonto
Viale del Tramonto
Summary
“Sunset Boulevard”; di BILLY WILDER; con GLORIA SWANSON, WILLIAM HOLDEN, ERICH VON STROHEIM, NANCY OLSON, FRED CLARK, JACK WEBB, BUSTER KEATON, CECIL B. DE MILLE; drammatico; USA, 1950; B/N; durata: 110’;
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