Taxi Driver

Taxi Driver

- in Anni 70, Martin Scorsese, Recensioni
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Ex marine in congedo, reduce dal Vietnam, Travis Bickle (Robert De Niro) fa il tassista notturno a New York. La disillusione e il disgusto nei confronti del degrado morale che lo circonda manderanno in cortocircuito la sua psiche disturbata, portandolo a compiere azioni destinate a sfociare nella violenza.

Scritto magistralmente da Paul Schrader, questo capolavoro di Martin Scorsese rappresenta senza dubbio uno dei più grandi compendi del realismo violento del cinema Anni Settanta, di cui il Maestro riprende e rielabora la tematica centrale del giustiziere privato, trasfigurandola attraverso un uso innovativo dei codici filmici, applicando magistralmente la lezione modernistica della Nouvelle Vague (evidente ad esempio nelle decostruzioni del montaggio o nel ricorso al pianosequenza). Tale approccio viscerale è ben evidente sin dalla resa impagabile di una New York che appare come una giungla impietosa e sudicia, tra confuse luci al neon, umida foschia e malinconici echi di jazz: una metropoli allucinata e straniante che, grazie anche a cruciali contributi tecnici di prim’ordine (specialmente la fotografia di Michael Chapman e la colonna musicale di Bernard Herrmann, storico musicista di Alfred Hitchcock), da grottesca eppure avvolgente ambientazione diventa vero e proprio personaggio; nel suo lisergico e fumoso squallore notturno, non è infatti solo un luogo fisico di resa impagabile nella sua spietata crudezza, ma anche uno stato mentale per l’ambiguo Travis, entrato nel mito anche grazie alla magistrale interpretazione di uno straordinario Robert De Niro: animato da un profondo rancore pronto ad esplodere con sanguinose conseguenze, l’insonne e solitario tassista è divenuto infatti una figura archetipica dell’immaginario statunitense che non a caso riprende dichiaratamente quella analoga del mitico Ethan Edwards, ovvero il cacciatore isolato in un mondo incivile protagonista di “Sentieri Selvaggi”, di cui questo capolavoro di Scorsese può essere considerato infatti una sorta di straordinaria rivisitazione urbana in forma di psicodramma intimista; dallo sguardo vivido eppure vibrante di follia di questo personaggio indimenticabile, trascinato fino a perdersi nel suddetto e suggestivo contesto fatto di pulsioni e vuoto esistenziale, scaturisce infatti un crudo ed angoscioso spaccato del lato oscuro dell’America Anni Settanta: ancora dolente per la ferita aperta della guerra del Vietnam, quella dipinta da Scorsese è una realtà violenta e decadente ma anche profondamente contraddittoria in quella concezione schizoide di giustizia e libertà che conduce alla ricerca ossessiva di un riscatto da una vita di disillusioni, frustrazioni e solitudine. Lucido, vivido, profondo e spiazzante, “Taxi Driver” rappresenta in tutto ciò una delle tappe fondamentali nell’itinerario di Scorsese: un autentico, imperdibile capolavoro il cui successo fu coronato da una meritatissima Palma d’Oro al festival di Cannes e 4 importanti nomination ai premi Oscar: miglior film, regia, colonna sonora, attore protagonista e attrice non protagonista ad una giovanissima quanto straordinaria Jodie Foster (qui al suo primo film importante, in un ruolo di scioccante intensità).

Taxi Driver
Taxi Driver
Summary
id.; di MARTIN SCORSESE; con ROBERT DE NIRO, JODIE FOSTER, HARVEY KEITEL, CYBILL SHEPHERD, PETER BOYLE, ALBERT BROOKS, LEONARD HARRIS; drammatico; USA, 1976; durata: 113'.
100 %
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