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In crisi esistenziale e creativa, un regista con un film da realizzare si ritrova ad analizzare la propria vita facendo quindi un bilancio delle sue esperienze, tra ricordi, sentimenti, amori, sogni e conflitti.

Non ha certo bisogno di presentazioni questo celeberrimo, immortale capolavoro di Federico Fellini, un’opera imprescindibile la cui massima importanza è da sempre riconosciuta a livello internazionale non soltanto perché rappresenta una tappa decisiva nello sfolgorante itinerario felliniano, ma anche per la sua conseguente ed elevata risonanza nel panorama cinematografico dell’epoca: infatti, nel portare avanti quel percorso di evoluzione già iniziato dall’autore con il precedente La Dolce Vita, contribuì inoltre in maniera fondamentale a quel rinnovamento del linguaggio cinematografico (fondato sulla trasformazione dei modi espressivi e sulla rottura dei canoni narrativi tradizionali) che sulla scia dell’avvento rivoluzionario della Nouvelle Vague si diffuse in Europa tra gli Anni ‘50 e ’60. Ma anche al di là di tale indubbia valenza storica, 8 ½ occupa un posto speciale tra i capisaldi del cinema internazionale anche perché resta tutt’oggi una delle più profonde e sfaccettate riflessioni sull’incontro tra la disillusione della vita e l’incanto dell’espressione filmica. Non a caso, tra pareri illustri, approfonditi studi analitici e differenti interpretazioni, quest’opera massima di Fellini ha da sempre scatenato le più ammirate e disparate reazioni: da quella del saggista Alberto Arbasino, che lo inquadrò come “una tappa avanzata nella storia della forma romanzesca”, a quella più analitica del critico Christian Metz, rapito dalla vorticosa struttura (“una costruzione in abisso a tre stadi”), fino a quella più celebre di Dino Buzzati, che con arguta quanto ammiccante eloquenza lo definì “la masturbazione di un genio”; Moravia lo riassunse invece come “la storia di un autore che non ha più niente da dire e ci racconta perché”, mentre lo stesso Fellini lo aveva presentato non a caso come “una sgangherata seduta psicanalitica e un disordinato esame di coscienza in un’atmosfera da limbo”. Perché nella sua densità di palesi o celati richiami semi-autobiografici espressi attraverso un linguaggio in miracoloso equilibrio tra pittoresco e sublime, questo avvolgente affresco così denso di simbolismi, allusioni ed elementi cari alla poetica felliniana diventa quindi una sorta di personalissima ed incredibilmente stratificata autoanalisi filtrata attraverso l’occhio del cinema. Infatti, il protagonista Guido, splendidamente interpretato da Marcello Mastroianni, è in questo caso (più di sempre) un palese alter-ego di Fellini, e il titolo si riferisce ai film che l’autore aveva diretto fino ad allora (otto lungometraggi e una co-regia). Focalizzandosi quindi sui rapporti tra Guido e l’apparato sociale che lo circonda (la moglie e l’amante, la sfera privata e quella lavorativa, i rapporti con l’ambiente ecclesiastico e con la Critica), l’autore fonde i ricordi dolceamari del passato con la percezione di un futuro incerto, il tutto in una caleidoscopica e folgorante messa in scena nella quale innesca un cortocircuito tra il reale e l’onirico che richiama il caos della vita, che qui si fa causa e conseguenza di una crisi non solo creativa bensì (più universalmente) anche umana. Una crisi che si sublima nel desiderio onirico di una soluzione che è da ricercarsi sospesa nella finzione del set, dove la disillusione di un mondo informe s’infrange in quel caos della fantasia e dell’inconscio che diventa comunque comunicazione, richiamando quindi quel florido disordine che è proprio anche dell’esistenza. “Ecco, tutto ritorna come prima” afferma il protagonista nell’indimenticabile finale calato in una coerente e profondamente felliniana ambientazione circense, “tutto è di nuovo confuso; ma questa confusione sono io, io come sono”. Così, Guido si rende conto che per tornare a vivere deve accettare tutto ciò che lo circonda, in una visione che, a suo modo, capovolge la celebre asserzione di Sartre “L’inferno sono gli altri”: per Fellini è che gli altri sono invece la vita che diventa cinema e viceversa, inscindibili in una dimensione generata dall’incontro-scontro tra verità e immaginazione in cui convivono figure reali e personaggi di fantasia, da accogliere tutti con affetto, partecipazione, riconoscenza. Così ricco di memorabili pagine di cinema (dall’indimenticabile scena onirica d’apertura a quelle del bagno turco o del cimitero) e di indimenticabili figure di contorno (specialmente quelle femminili, dall’affaticata Luisa di Anouk Aimée alla vezzosa Carla di Sandra Milo, dalla diva Claudia dell’omonima Cardinale fino alla possente e conturbante Saraghina che accende il desiderio), resta uno dei vertici del cinema di Fellini, nonché un titolo imprescindibile del cinema internazionale, che non a caso divenne fonte d’ispirazione per successive generazioni di registi. Tra i numerosi riconoscimenti internazionali, oltre al Bafta come miglior film straniero e ai 7 Nastri d’Argento in patria (miglior regista del miglior film, produttore, soggetto, sceneggiatura, fotografia a Gianni Di Venanzo, colonna sonora a Nino Rota e attrice non protagonista a Sandra Milo), il film ottenne inoltre 5 candidature agli Oscar (tra cui miglior regia e sceneggiatura) e 2 statuette: miglior film straniero e migliori costumi a Piero Gherardi.

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Summary
id.; di FEDERICO FELLINI; con MARCELLO MASTROIANNI, SANDRA MILO, CLAUDIA CARDINALE, ANOUK AIMEE, ROSSELLA FALK, BARBARA STEELE, ANNIBALE NINCHI, MARIO PISU; drammatico; Italia/ Francia, 1963; B/N; durata: 138’;
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