Quarto Potere

Quarto Potere

- in Anni 40, Orson Welles, Recensioni
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Quando muore Charles Foster Kane (Orson Welles), ambizioso magnate della stampa dal vulcanico temperamento, per cercare di interpretare la sua incredibile personalità un giornalista viene incaricato di intervistare amici, conoscenti, familiari e dipendenti al fine di scoprire il significato dell’ultima parola da lui pronunciata sul letto di morte: “Rosebud”.

Sfolgorante debutto nel cinema del maestro Orson Welles, che a soli 26 anni rivelò il suo genio dimostrando da subito la sua pressoché unica abilità nel ricoprire insieme i ruoli di produttore, sceneggiatore, regista ed interprete, realizzando al suo esordio un autentico capolavoro da sempre universalmente riconosciuto come uno dei più grandi della storia del cinema. Perché la grandezza di “Quarto Potere”, non a caso regolarmente in testa alle classifiche dei migliori film di sempre, scaturisce (con una forza che colpisce ancora oggi) da un’eccezionalmente stratificata e a suo modo ineguagliata concordanza delle componenti, con pregnante valenza sul piano concettuale come anche su quello stilistico: a livello tematico, l’esemplare ed impietosa riflessione sul capitalismo a stelle e strisce, espressa in maniera incredibilmente potente e al tempo stesso davvero spettacolare nella sua barocca opulenza, si sovrappone all’annessa disamina, lucida e acutissima, delle ambigue deformità del Sogno Americano, incarnato proprio dall’emblematica figura del protagonista, probabilmente in parte ispirata al magnate dell’informazione William Randolph Hearst (che infatti tentò di boicottarlo screditando la produzione); tutto ciò, esaltato da una messa in scena di prodigioso vigore espressivo che nel suo complesso ed eccezionale compendio di tecniche disparate ed esperienze artistiche, applicate a sequenze memorabili con geniali soluzioni inedite (ridefinendo l’uso del pianosequenza e della profondità di campo), rappresenta il compimento di un’intera fase della storia del cinema anche a livello espositivo e di linguaggio, aprendo quindi ad una nuova frontiera della settima arte: costruito su uno schema a flashback scandito da sconnessioni e rimandi anche di natura visivo/sonora (i giochi fotografici, il coerente apparato musicale, il cruciale montaggio di Robert Wise, divenuto poi regista di successo), nella sua natura mutevole di dramma esistenziale attraversato da venature mystery, parentesi gotiche (l’incipit con il castello avvolto da un’aura di morte) e momenti da commedia sofisticata (i folgoranti dialoghi affidati ad un cast strepitoso), rifiuta infatti qualsiasi classificazione di genere, scardinando stilemi e convenzioni e contribuendo a portare la narrazione filmica ad un nuovo livello. Anche Jorge Luis Borges ne aveva esaltato la geniale intelligenza, riferendosi al film come ad un “giallo metafisico” per definirlo poi a ragione “un labirinto senza senso”; infatti, nel segno di quel puzzle adottato lungo la narrazione come elemento ricorrente di valenza anche simbolica, alterna molteplici e differenti punti di vista (compreso quello dello spettatore) per seguire il tentativo di ricomporre una vita divenuta però ormai un rompicapo insolubile: non a caso, nella sua solidissima struttura circolare il film si apre e si chiude su quel celeberrimo cartello “No Trespassing” che allude appunto all’impossibilità di penetrare e comprendere quel mistero che è l’esistenza di un uomo. Frutto di una lavorazione assai travagliata (incredibilmente Welles convinse la riluttante RKO a concedergli un’autonomia creativa che costò allo studio rischi produttivi decisamente inconsueti), alla sua uscita fu un clamoroso flop, lasciando indifferente il pubblico e disorientando la critica: solo dopo un decennio iniziò ad essere finalmente riconosciuto come un imprescindibile capolavoro. Comunque, nonostante l’iniziale insuccesso, ottenne 8 candidature agli Oscar e un meritatissimo premio per la migliore sceneggiatura, scritta da Herman J. Mankiewicz insieme a Welles (che venne inoltre candidato in altre tre differenti categorie, ovvero miglior film, regia e migliore attore protagonista).

Quarto Potere
Quarto Potere
Summary
“Citizen Kane”; di ORSON WELLES; con ORSON WELLES, JOSEPH COTTEN, EVERETT SLOANE, PAUL STEWART, ALAN LADD, AGNES MOOREHEAD, GEORGE COULOURIS, RAY COLLINS, DOROTHY COMINGORE; drammatico; USA, 1941; B/N; durata: 119’;
100 %
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