Roma

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- in Film 2018, Recensioni
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Si comincia con dell’acqua insaponata che, nel silenzio e ad intervalli regolari, si riversa con vigore sempre maggiore su un’irregolare pavimentazione da lavare nei cui dislivelli progressivamente si raccoglie, creando un piccolo specchio liquido riflettente il cielo limpido mentre viene attraversato da un aereo.

Un incipit calzante ed efficace in quanto pare definire da subito la cifra stilistico-espressiva di un’opera nel corso della quale, infatti, gli avvenimenti pubblici si intrufolano e irrompono nel privato attraverso una narrazione intimista ed allusiva proprio nel segno dell’acqua, elemento ricorrente che fa la spola tra gli eventi di una vita (e di un Paese) spesso in forma di contrappunto simbolico: acqua che lava e purifica, acqua che accompagna e circonda, acqua in cui si può sprofondare ma dalla quale, al tempo stesso, scaturisce anche la vita; acqua che, se nel succitato prologo appare calma ma poco limpida come certe tensioni familiari, nell’emozionante epilogo assume invece un ruolo salvifico ripresentandosi nella forma mossa e sconfinata di un mare in cui abbandonarsi mentre porta a riva un liberatorio abbraccio collettivo dal quale poter ripartire. Così, nel riconfermarsi quindi importante leitmotiv nel cinema di Alfonso Cuarón (in cui spesso sancisce appunto l’incontro o il passaggio tra qualcosa che finisce e qualcos’altro che nasce), l’acqua non solo apre e chiude questo suo nono film rispecchiandone la liquida e armoniosa struttura ciclica, ma lo attraversa costantemente richiamando inoltre lo stile carsico con cui il regista, nel riversarvi i temi a lui cari, mette in scena al contempo se stesso e la sua terra d’origine. Infatti, dopo il successo di Gravity (vincitore di sette Oscar tra cui quello alla miglior regia), a diciassette anni da Y tu Mamá También il celebrato autore messicano torna in patria con un racconto dai toni appunto semi-autobiografici per il quale, nel rievocare la realtà del quartiere della capitale in cui crebbe (e che dà il titolo al film) seguendo le vicende di una famiglia medio-borghese sullo sfondo degli scontri politici che scossero il suo Paese durante i primi anni Settanta, adotta un registro più intimo quanto decisamente avvolgente. Perché nell’affidarsi principalmente alle sensazioni che scaturiscono da una grande pregnanza di immagini e rumori, coadiuvato da un efficace apparato visivo, scenografico e sonoro Cuarón ne ha fatto il motore di una narrazione rigorosa ma fluidissima, calando il tutto in una messa in scena sospesa e al contempo realistica, contemplativa eppure per nulla distaccata, estremamente ricercata a livello formale ma non limitata a sterili estetismi illustrativi; infatti, nel dotare l’eleganza del suo linguaggio di una puntigliosa accuratezza (evidente anche nella minuziosa ricostruzione), l’autore conferisce agli ambienti e agli oggetti un’importanza simile o subordinata solo a quella dei personaggi le cui vicende, come suddetto, sono contaminate dagli eventi collettivi che vi si insinuano attraverso una struttura appunto sapientemente ellittica in cui privato e collettivo si intersecano e compenetrano in una complementare assonanza tra stati d’animo individuali e collettivi: se il dolore dei bambini per l’abbandono del padre si contrappone a quello per la morte degli studenti uccisi per aver manifestato il dissenso verso la politica repressiva del governo, allo stesso modo la crisi dell’amorevole domestica corrisponde invece a quella di una borghesia in difficoltà; eppure, pur mostrando ed illustrando in ciò al contempo differenze o affinità tra servi e padroni, il film trascende anche le mire e i limiti della semplice opera a tesi: infatti, permeando così il tutto del ricordo affettuoso che evidentemente prova per le donne della sua infanzia, nell’esaltare la loro sorellanza tanto pratica quanto compartecipe l’autore trasfigura tale elogio al matriarcato nell’epitome dell’unione di un popolo che, trascendendo le classi sociali, appare infatti uniformato nella resistenza alle dure repressioni da parte di un potere che all’epoca mise in ginocchio il Paese. Il risultato è un affresco di natura prettamente antropologica che, calato in uno splendido bianconero di grande forza evocativa, attinge non a caso esplicitamente alla tradizione neorealista (come dimostra anche la scelta di scritturare attori non professionisti per preservare la purezza del racconto) di cui però al contempo trascende forme ed elementi, contagiati da un vento felliniano che nel pervadere l’intera opera vi conferisce infatti un’ipnotica aura quasi metafisica; così, anche il rischio di scadere nel manierismo è quindi scongiurato per virtù di stile attraverso il riuscito connubio tra tale ispirata inventiva e una virtuosa sincerità sostenuta dalla scelta di delegare il punto di vista, ovvero adottando non lo sguardo del bambino in cui si identifica, bensì quello della succitata Cleo, pacata quanto amorevole domestica convivente di origine mixteca interpretata con funzionale naturalezza dalla rivelazione Yalitza Aparicio; a tal proposito, degno di nota è inoltre il rifiuto di cedere in ciò alla compassione per favorire invece una più affezionata empatia che come tale sfocia infatti in una genuina identificazione capace di allargarsi anche lo spettatore, invitato appunto ad immergersi con attiva e sensoriale partecipazione in quello che, snodato appunto come di una sorta di personale Amarcord neo-neorealista, appare come un piccolo-grande film della memoria più che della nostalgia. Perché, assecondando con maestria e trasporto tale succitata ispirazione, Cuarón ha in effetti imbastito una coinvolgente ricerca del tempo perduto perduto (o magari solo passato), facendone il fulcro vibrante di un’opera memorabile che non a caso (vedendolo impegnato anche nei ruoli di sceneggiatore, co-produttore e co-montatore nonché, per la prima volta, direttore della fotografia) si inserisce a pieno titolo tra le più sentite e personali tappe del suo già sfolgorante itinerario filmico. In tutto ciò, non stupisce quindi che, nonostante la produzione targata Netflix abbia inevitabilmente comportato una distribuzione non convenzionale (con la canonica diffusione in streaming pur affiancata stavolta da una comunque troppo risicata uscita in sala), questo film memorabile sia stato riconosciuto come uno dei migliori dell’anno fin dall’anteprima al festival di Venezia, dove infatti trionfò con merito aggiudicandosi il Leone d’Oro, primo di una lunga serie di riconoscimenti internazionali tra i quali spiccano inoltre 3 importanti premi Oscar per miglior regia, miglior film straniero e miglior fotografia (tutti assegnati all’autore).

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Summary
id; di Alfonso Cuarón; con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf, Daniela Demesa, Diego Cortina Autrey, Carlos Peralta, Nancy García García, Verónica García, Andy Cortés; drammatico; B/N; Messico/ USA, 2018; durata: 135'.
80 %
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